Anche i commercialisti hanno un'anima: la coppia Pozzetto-Montesano non salva un film deludente


Classico esempio di commedia italiana degli anni novanta, "Anche i commercialisti hanno un'anima" parte da uno spunto interessante senza però lasciare il segno, complice una sceneggiatura non all'altezza, opera peraltro non solo degli sforzi del regista Maurizio Ponzi, ma anche di Franco Ferrini, Enrico Vaime, Antonello Dose e Marco Presta. Non è sufficiente mettere in campo due big come Renato Pozzetto ed Enrico Montesano per salvare questa pellicola, ambiziosa, ma non riuscita. Pozzetto e Montesano tornano in coppia dopo "Noi uomini duri" (diretto dallo stesso Ponzi) e dopo "Piedipiatti", interpretando rispettivamente un disonesto uomo d'affari, Carlo, mediatore in affari di corruzione tra politica e imprenditoria, e Roberto, un integerrimo membro della corte dei conti. Il loro incontro è assolutamente causale, complice Sonia, interpretata da Sabrina Ferilli, compagna di Roberto, ma attratta da Carlo. Da Roma l'azione si sposta in India: è un elemento tipico del cinema anni '90 italiano, affrontare la propria crisi personale in un contesto diverso da quello quotidiano. Questo però spegne totalmente le velleità del film, diluito eccessivamente negli oltre 100 minuti di durata. 


Le potenzialità della pellicola sono evidenti: la cornice di Tangentopoli, il dualismo Roma-Milano (tema abituale della nostra commedia), il triangolo amoroso con Sonia: e ovviamente il buddismo, per molti una nuova fede, per altri una moda da seguire e da abbandonare. Ma nel cinema italiano degli anni novanta spesso il contesto sociale fa solo da cornice, senza essere approfondito, lasciando spazio all'introspezione dei personaggi. Tuttavia "Anche i commercialisti hanno un'anima" è carente sotto questo aspetto. 

Sostanzialmente si regge, nella prima parte, sui guizzi comici di Pozzetto e su un Montesano serioso e piuttosto calato nella parte. Nella seconda si sbadiglia abbondantemente. Per Roberto, rimproverato costantemente dalla sua fidanzata a causa delle sue scarse ambizioni di carriera (lei lo vorrebbe commercialista per privati, con un giro d'affari importante), ci sarà un lieto fine senza sostanziali cambiamenti caratteriali. Carlo, che pure dovrebbe guadagnarsi il biasimo dello spettatore, finisce per guadagnarsi le simpatie, grazie a Pozzetto: anche per lui ci sarà un lieto fine. Peraltro il personaggio "pozzettiano", come in altre pellicole, si ritrova sostanzialmente dalle stelle alle stalle: Ponzi, per distinguersi, non fa ruotare la trama attorno alla ricerca di riscatto di Carlo. Cerca quindi di uscire dagli schemi della commedia pozzettiana, a favore di una commedia più impegnata, benché non drammatica. Sonia, che nelle prime scene appariva come una ragazza con la testa sulle spalle, è invece una ragazza volubile, un po' sfumata e poco definita dal punto di vista caratteriale. Del trio dei personaggi è l'unica a uscire sconfitta, benché si tratti di una sconfitta ampiamente riscattabile (l'età è dalla sua parte) e magari l'occasione per una svolta proprio dal punto caratteriale: una sconfitta che può costituire ragione di crescita personale.


"Anche i commercialisti hanno un'anima" è dunque un'occasione persa, visto il cast (presenti anche Milena Vukotic e Guido Nicheli). Se l'obiettivo non era un critica salace alla corruzione post Tangentopoli, allora forse il soggetto sarebbe dovuto passare dalle mani di Pupi Avati, maestro di un cinema riflessivo, introspettivo e cucito addosso ai personaggi raccontati sul grande schermo. 

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