Film d'esordio alla regia per Carlo Vanzina, Luna di miele in tre (1976) ruota attorno al cliché narrativo del protagonista che ha un appuntamento, nello stesso luogo, con due persone diverse. Il personaggio in questione è Alfredo Riva (Renato Pozzetto), cameriere in un albergo di lusso di Stresa, frequentato solo da persone anziane. In procinto di partire per il viaggio di nozze a Sanremo con la moglie Graziella (Stefania Casini), vince un concorso indetto della rivista Playmen e la relativa vacanza premio in Giamaica con la modella Christine (Kirsten Gille). Così Alfredo sposta il viaggio di nozze nell'isola caraibica per dividersi con le due donne, illudendosi di potersi appartare con la modella. Adolescente non cresciuto che sogna le ragazze copertina (la sua camera è tappezzata dalle loro foto nude), assolutamente indifferente al suo matrimonio (sposa Graziella per convenienza, o meglio per obbligo), si arrabatta nel tentativo di raggiungere il suo scopo. Non solo la moglie gli è ostacolo, dovendo inventare mille scuse per lasciarla da sola; il protagonista deve infatti scontrarsi più di una volta con la "crew" della rivista, perché quella vacanza è organizzata anche per estenuanti shooting fotografici con Christine. E il paradosso della vicenda è che tutto sommato Alfredo potrebbe comunque godersi la compagnia della modella. Quanti di noi avrebbero comunque voluto essere al suo posto?
Ad ogni modo, nella sua vacanza, Alfredo incontrerà altre persone: un parrucchiere omosessuale, interpretato da un attore di film porno, Harry Reems, e qui non mancheranno le scene equivoche, con qualche clichè e anche qualche parolaccia di troppo; Cochi lo storico partner di scena di Pozzetto, che interpreta Aldo Santarelli, cameriere d'hotel in Giamaica, protagonista del colpo di scena finale.
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| Renato e..Cochi |
Nel complesso, Luna di miele in tre è un film altalenante. Molto brillante nella prima parte (quella più breve), ambientata nell'Hotel: Pozzetto, spalleggiato da Massimo Boldi (il cameriere Adamo) e Felice Andreasi (il severo direttore), ottimi comprimari, è protagonista di gag che mettono in evidenza sostanzialmente la sua inettitudine. E' il classico personaggio stralunato (Conosce vita e miracoli di tutte le playmate!) e provincialotto; imbarazzato dalle avances di improponibili corteggiatrici (alcune anziane ospiti dell'hotel). Soprattutto sottomesso (un po' come il Fantozzi di Salce), preso a male parole dal suocero, interpretato dal pugile-attore Giulio Rinaldi, che lo minaccia in più di un'occasione di segargli una gamba (tormentone esilarante), e dal superiore, il già citato Andreasi, con il suo piccolo libricino in cui annota spietato errori e mancanze ai compiti assegnati.
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| Boldi e Pozzetto |
Nella seconda parte del film, quella ambientata in Giamaica, c'è un'inversione di rotta. Alfredo-Pozzetto è più scaltro, "sguazza" negli equivoci e non ha più la stessa visione candida del sesso: il suo personaggio ha un'evoluzione, diventando anche risoluto e deciso, nel difendere Aldo-Cochi, e quindi la sua categoria lavorativa, i camerieri. Lo stesso film cambia di tono, risultando però anche noioso in alcune scene (quella clou del ristorante, soprattutto, dove l'uomo si deve "dividere" in tavoli diversi, con le sue donne). Lo tiene a galla Pozzetto, che nel "lato B" di Alfredo, mette in scena l'altro suo personaggio tipico, quello che con grande faccia tosta annaspa nelle situazioni più complicate. Nel finale si torna a sorridere, non poco, per una brillante battuta di Alfredo-Pozzetto e si ritrova un topos del suo cinema: la sconfitta per il provinciale che voleva fare la voce grossa in un contesto più grande (addirittura un'isola internazionale, non la città) e il ritorno al confortevole ambiente della Provincia.
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| Il mitico Sulky |
Vanzina, che con il fratello si è occupato della sceneggiatura, ha certamente il merito di non tarpare le ali al talento comico di Pozzetto. Nel suo film d'esordio, il regista romano pesca un po' dalla tradizione della commedia italiana, per poi aprire la strada a un cinema a lui congeniale, caratterizzato ad esempio della "valorizzazione" delle doti fisiche delle sue attrici (bellissima e spesso in topless la Gille); un cinema ben diverso da quello del padre Steno (Stefano Vanzina), le cui pellicole, come quelle di Salce d'altro canto, dietro a scene spesso caricaturali nascondevano una caustica critica della società italiana. Ma come è noto a tutti, proprio la fine degli anni '70 ha rappresentato il tramonto della grande Commedia all'italiana.




Già, più che tramonto lo chiamerei il definitivo canto del cigno, con un Pozzetto bravissimo nel tentare di creare una nuova mschera comica, quello del provincialotto del Nord alle prese con una realtà molto più grande di lui e spesso anche in grado di tarpargli le ali e distruggergli tutti i sogni.
RispondiEliminaPozzetto ha sempre cercato di ritagliare lo spazio ai propri personaggi.
EliminaPeccato che lo abbia fatto in commedie (anni '80 e '90) spesso banali, anche se gradevoli, quantomeno alla prima visione