"Vogliamo i colonnelli" (1973), film di Mario Monicelli, è un perfetto esempio della grande commedia all'italiana, quella che con sarcasmo celebrava i tanti vizi e le poche virtù della nostra società. É una pellicola dimenticata, forse perché affronta un tema tabù: irride infatti la destra non istituzionalizzata e nostalgica del fascismo "puro", che sfoggia disinvolta fasci littori e saluti con braccia tese, motti e canzoncine. La irride perché per farlo mette in scena un manipolo di personaggi ridicoli e grotteschi, e il meno ridicolo e grottesco è il protagonista, Giuseppe Tritoni, interpretato da un grande Ugo Tognazzi. Il primo dei perdenti però, perché il suo golpe in Italia fallisce miseramente per la manifesta incapacità dei suoi sodali.
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Ugo Tognazzi |
Il golpe, appunto: "Vogliamo i colonnelli" prende spunto dalla realtà, dal piano Solo al Golpe Borghese, dai tentativi di colpi di stato in Italia tra il 1964 e il 1970. Il piano Solo (Solo poiché sarebbe scesa in campo solo l'Arma dei Carabinieri) prevedeva l'occupazione di questure, sedi di partiti e sindacati, ma anche l'arresto e la deportazione in Sardegna di persone considerate "scomode" e pericolose (in primis esponenti politici di primo piano del mondo comunista). Il golpe Borghese, dal nome di Junio Valerio Borghese, uno dei comandanti della X Flottiglia Mas durante la Seconda Guerra Mondiale e personaggio vicino alla destra extraparlamentare, era finalizzato al sequestro del presidente della Repubblica, all'occupazione della Rai e alla realizzazione di altre azione dimostrative, poste in essere da diversi reparti delle forze armate.
"Vogliamo i colonnelli" racconta così il golpe Tritoni: il politico, uscito dalla "Grande destra" (l'Msi in pratica, il segretario Mazzante è l'epigono di Almirante), arruola i colonnelli nella lista del generale De Vincenzo (il generale dei Carabinieri De Lorenzo...) per organizzare il colpo di stato. I colonnelli, una sorta di "Armata Brancaleone" eversiva di destra, falliscono per scarsità dei mezzi a loro disposizione (attrezzature radio obsolete) e per l'impiego di incapace manovalanza, come Schirò, goffo artificiere incaricato di mettere un ordigno esplosivo alla Madonnina del Duomo di Milano: attentato che la stampa attribuisce alla sinistra extraparlamentare, perché "fortunatamente" per la destra eversiva, un altro scagnozzo di Tritoni recupera il braccio perso da Schirò nell'azione dimostrativa e il braccialetto, con nome e cognome, che quest'ultimo portava, incurante della possibilità di essere identificato in caso di esito negativo dell'operazione. D'altro canto simbolo del fallimento - e anche una delle scene più divertenti - è la mancata occupazione dell'aeroporto di Fiumicino, con i paracadutisti che, per un divertente equivoco, vengono spediti in un pollaio, faticando peraltro a contenere la furia del cane pastore tedesco.
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Camillo Milli |
Il film di Monicelli, imperniato sulla perfetta sceneggiatura del duo Age-Scarpelli, mette in scena un campionario di personaggi irresistibili. Citiamo i colonnelli spiccano Ribaud e Aguzzo, magistralmente interpretati da Antonino Faà Di Bruno (il duca conte Piercarlo ingegner Semenzara de "Il secondo tragico Fantozzi") e Camillo Milli (il mitico presidente della Longobarda ne "L'allenatore nel pallone"); ma anche il cappellano militare a cui dà volto Duilio Del Prete. Pur accennando un paio di scene "slapstick" perfettamente inserite nel contesto (ed esilaranti), sono i dialoghi a ridicolizzare questa Armata Brancaleone e a suscitare le risate degli spettatori. Pensiamo ai nomi proposti per l'operazione: "Ordine e Potere", sintetizzato in ORPO, "Famiglia e Valore" (FAVA); al generale Pariglia, oratore goffissimo e inascoltabile ai funerali di Stato, ma stranamente incaricato di lanciare il proclama alla nazione dalle telecamere Rai. Sarà proprio lui a ridicolizzare il motto "C'è un grande passato nel nostro futuro", ribaltandolo in un "C'è un grande futuro nel nostro passato", perché in fondo questi golpisti altro non sono che un gruppo di nostalgici incapaci di vivere nel presente e di guardare al futuro. Soprattutto, nodo cruciale del sarcasmo monicelliano, sono i punti programmatici del governo dei congiurati: l'ordine e la disciplina applicata ai prezzi del ristorante perché sono saliti troppo, espressione del pensiero di chi sa solo guardare alle proprie tasche; il controllo della vendita delle chitarre, proposto da Tritoni per ripicca verso il figlio che rifiuta le armi, preferendo lo studio e la musica. Ma anche la rieducazione coercitiva degli omosessuali, la reintroduzione della pena di morte, argomenti che fanno tristemente capolino anche nel 2022, in certe discussioni di carattere politico, da parte di persone che appunto si riempiono la bocca sbandierando "un grande futuro" quando sono ancorati a un passato (stra)remoto.
E qui c'è tutta la grandezza di Monicelli, di una commedia italiana che sa far ridere di gusto, ma è un riso con un retrogusto amaro. Come il finale di "Vogliamo i colonnelli": il golpe fallisce, ma il losco ministro degli Interni democristiano, Li Masi, riesce nel suo intento di instaurare un governo tecnico in cui le libertà e i diritti dei cittadini (in primis il diritto di sciopero) subiscono delle forti contrazioni, giustificando ciò con lo stato di emergenza successivo a questo tentativo di colpo di stato e alla pseudo congiura dei deputati Di Cori (Partito Comunista Italiano), Bertoni (Socialisti) e Ferlingeri (DC), che invece volevano semplicemente denunciare il golpe, scoperto casualmente grazie alle foto scattate dal giornalista Armando Caffè. Nell'evidenziare le doti profetiche di Monicelli, non mi riferisco certo ai tempi moderni, ma alla realizzazione del "piano di rinascita democratica" che avrebbe voluto mettere in atto la P2, vero deus ex machina del Golpe Borghese, agli anni della strategia della tensione, al potere che sbarrò le strade a ogni forma di "compromesso storico", fino alla "normalizzazione" degli anni '80, portata da un certo benessere e dalla "borghesizzazione" di quella popolazione che qualche anno prima era scesa in piazza a protestare.
Film imprescindibile e da ricuperare. Un grande Tognazzi sempre a suo agio nell'interpretare ruoli di personaggi a volte sgradevoli ma umanissimi.
RispondiEliminaTognazzi gigantesco, anche qui, magistrale capo dell'armata brancaleone golpista...
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