Ho visto la tv brillare: il vero orrore non è un mostro che ti insegue (di Bonigol)

di Bonigol

Ecco un film che non è per tutti e che (più di ogni altra cosa) va guardato ricercandone all'interno il dramma che cela in sé. Va "decriptato" e analizzato mettendo da parte la leggerezza e talvolta anche la razionalità per non subirlo, nel senso più viscerale e malinconico del termine. Sto parlando del sorprendente "Ho visto la tv brillare" (letterale traduzione dal più musicale "I saw the tv glow"), dramma con suggestioni horror firmato da Jane Schoenbrun. Si tratta di un'opera che racconta il disagio esistenziale durante il percorso d'individuazione, scaraventando lo spettatore in un viaggio sensoriale che alterna la luminosa estetica neon ai colori pallidi e sgranati delle vecchie videocassette, tutto ciò in netto contrasto con le cupe ombre interiori dei personaggi principali.

Siamo negli anni Novanta, periodo delle grandi serie tv rilasciate col contagocce dalle varie emittenti: non esiste streaming, niente maratone sul divano per arrivare il più in fretta possibile alla fine (chiunque si sia affezionato a un telefilm in quel periodo sa di cosa io stia parlando).

Owen (Justice Smith) è un ragazzo delle medie, timido e introverso, che s'imbatte per caso nella tenebrosa Maddy (Jack Haven) di due anni più grande, appassionata di The Pink Opaque, una serie fantasy nella quale due giovani eroine combattono contro un pittoresco nemico chiamato Mr. Melancholy. 


Tra i due giovani nasce una sorta di amicizia "a distanza" che ha come legante la passione per le vicende e i personaggi di quel programma televisivo. Maddy registra per lui su VHS, settimana dopo settimana, gli episodi trasmessi, lasciandogli le videocassette nella camera oscura della scuola. In questo modo Owen riesce a seguire gli sviluppi della storia senza trasgredire al coprifuoco famigliare (vanno in onda troppo tardi la sera). In breve, il regno "catodico" fittizio avvolge Owen, innescando un senso d'appartenenza tossico, dovuto all'insoddisfazione per sé e per la sua vita. 

Se dopo aver letto questa mia introduzione alla trama iniziate a temere che si tratti del racconto di un adolescente drogato di tv, vi avverto, siete parecchio fuori strada. Si tratta della storia di due pesci fuor d'acqua (per nulla in armonia col mondo in cui vivono) che poggia interamente, servendosi di ponti onirici e stacchi temporali, sulle dinamiche delle loro esistenze infelici. 

Da una parte abbiamo l’incarnazione della "paralisi", Owen, personaggio che è di fatto un "wallflower", sempre ai margini, incapace di occupare spazio, di alzare la voce, scusandosi per la semplice ragione di esistere; dall’altra c’è Maddy che, al contrario, esplode di un’urgenza di reazione/ribellione quasi violenta. 

Sebbene il messaggio non venga espresso direttamente e non risulti, quindi, chiaro dal principio, trovo impossibile parlare di questo film senza affrontare il tema della transizione e dell'identità queer, poiché la trama è disseminata di elementi che gli danno corpo. Il nemico che si cela in Mr. Melancholy non è nulla di fisico ma la personificazione del tempo che passa mentre noi restiamo fermi, una sorta di depressione che ti dice che "è troppo tardi per cambiare" poiché il vero orrore non è un mostro che ti insegue, ma svegliarsi a cinquant'anni in un corpo che non senti tuo, in una vita che non hai scelto.

Capire chi si è, nella strada che porta al coming out, è una battaglia fatta anche di evidenze negate per nasconderle sotto strati di convenzioni, come la proverbiale "polvere sotto il tappeto" che non cessa di esistere solo perché repressa. Owen vede nello schermo televisivo ciò che vorrebbe essere ma, non essendo in possesso dello stesso coraggio dell'amica, preferisce ripetersi che "è solo uno show per ragazzine", rinunciando ad aprire la cella dentro cui ha recluso il vero se stesso. 

I ritmi del film sono lenti e i dialoghi hanno spesso cadenza "grave", quasi solenne. Il monologare di Maddy traduce il delirio della metafora in realtà segnando un cambio di percezione del film.  Non è la pazzia visionaria di una squilibrata, ciò che ci arriva, ma il coraggio di chi preferisce morire pur di smettere di fingere. 




La performance molto sentita e sofferta del cast nonché le numerose e suggestive allegorie, hanno radici profonde, che travalicano l'immagine proiettata su schermi cinematografici e monitor. Jane Schoenbrun è una persona trans, Justice Smith ha fatto coming out queer, mentre Jack Haven si è definito non-binary. Non si tratta, dunque, semplicemente di cinema ma della trasposizione della sofferenza in un percorso di comprensione molto difficile, quale è la vita reale. Nel televisore rifulge una sorta di realtà parallela, bramata, agognata, mentre la fotografia rilascia scariche di rosa, blu e viola, in tonalità innaturali, da tubo catodico. Questa scelta cromatica separa nettamente il mondo "reale" (grigio, piatto, suburbano) da quello della TV, che emana spruzzi "elettrici".  È quasi come se il film ci dicesse che la verità non sta nel sole (reale), ma nell’oscurità di ciò che si tiene nel cuore. 

Oltre ai due protagonisti non ci sono altri personaggi approfonditi. Non sappiamo nulla (o quasi) dei loro compagni di classe e delle famiglie. Sono soli con la loro indecisione soffocante.

Minuscoli indizi di ottimismo vengono seminati lungo il percorso: scritte sull'asfalto, sovraimpressioni, bagliori. "There is still time" è l'avvertimento finale di Schoenbrun allo spettatore, un chiaro invito disperato a scavare dentro di sé, a squarciarsi il petto se necessario, pur di far uscire quella luce che abbiamo soffocato per anni.

Ho guardato questo film insieme ad altri appassionati di cinema e dai commenti incrociati è emerso che si tratta di un'opera divisoria. Non colpisce tutti con la stessa forza d'urto. Sicuramente (e oggettivamente) è un film azzardato e visionario, che richiede di abbandonarsi alla sua logica onirica e di accettare che non tutte le domande avranno una risposta. L'adolescenza (e il relativo coming of age) sarà sempre difficile da trasporre e giudicare attraverso punti di vista esterni, almeno quanto (anche questo è certo) lo è viverla. 

Voto: 7+

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