Risposta all'exvideogiocatore parte prima: nostalgismo e narcisismo del nerdismo

Immagine elaborata con ChatGpt. In teoria quello di sinistra dovrebbe rappresentare l'avatar dell'ex videogiocatore. Va beh. Quello di destra sono io chiaramente


Oggi volevo rispondere a un vecchio scritto pubblicato dal blogger "Exvideogiocatore". Questi, un mio corregionale se ricordo bene, recensiva videogiochi del passato, sostanzialmente con uno scopo opposto a quello dei comuni blogger di "memorabilia del passato". Analizzare e "smitizzare" in un (pregevole e meritevole) percorso di scrittura avviato per ragioni individuali, cioè segnare il distacco totale dal se stesso bambino e ragazzo, appassionato di videogiochi (non mi piace usare le etichette come nerd). Da qui, appunto, il nickname "exvideogiocatore". 

Il discorso in questo post sul nostalgismo (e narcisismo del nerdismo) è sostanzialmente condivisibile. 

All'epoca, non ho problemi ad ammetterlo, le posizioni di exvideogiocatore suscitavano la mia reazione, benché pacifica, e anche un pizzico di risentimento. Quando ci sentiamo colpiti da un'affermazione, è perché effettivamente ci sentiamo attaccati. Attaccati e non riconosciuti da chi ci troviamo davanti. Ci sentiamo attaccati, perché siamo attaccabili.

Pensiamo a Giorgio Gaber e a Sandro Luperini, che nei brani del teatro canzone attaccavano duramente la finta solidarietà. Possiamo sentirci colpiti se i nostri gesti verso il prossimo costituiscano effettivamente l'espressione di un sentimento benevole e pulito? No. Se invece ci sentiamo colpiti, allora effettivamente dobbiamo mettere in dubbio la nostra solidarietà. Ecco, con i comportamenti "nerdisti" e "Nostalgisti" funzionava allo stesso modo. Mi sentivo colpito perché, pur non acquistando Lego e altri giocattoli dell'infanzia mettendoli sotto teca, avevo paura di rientrare nella categoria dei "nerd", considerata sfigata dalla maggioranza e dallo stesso exvideogiocatore, e soprattutto non mi sentivo riconosciuto da quest'ultimo. Non mi sentivo riconosciuto come adulto, perché in genere il nerd è considerato un bambino non cresciuto. 

Ma in effetti io non ero adulto, all'epoca, nonostante non fossi più un ragazzino. Oggi, a 42 anni (43 anni a giugno) non mi sento ugualmente adulto. Con una grande differenza: oggi ne sono consapevole e lavoro (faticosamente) per diventarlo. A renderci adulti, infatti, non è il non possesso della versione lusso della fortezza Eldorado della Lego, o il non giocare ai videogiochi, o nel non leggere manga e anime: è gestire le separazioni, i cambiamenti. È vivere in equilibrio e non essere influenzato da alcun fattore esterno. Limitare la negatività che c'è in noi. In questo modo, peraltro, non saremo attaccabili. E non risponderemo attaccando. 

Siamo poi sempre nell'ambito del discorso di Gaber sulla falsa solidarietà. Non è demonizzato il possesso del giocattolo, ma quando esso riflette nostalgismo e bisogno di attenzione, come evidenziato dall'exvideogiocatore nel suo scritto.

Non è un peccato né conoscere la formazione della Fidelis Andria 1995-1996 né conoscere a menadito un manga (su questo dissento con l'exvideogiocatore: l'impatto sociale può essere diverso, ma il comportamento è lo stesso), tuttavia lo diventa quando si innescano battaglie (furiose) di opinione con le persone. Quando il "sapere" non è messo in circolo (e magari messo in discussione) nel confronto, ma quando diventa una clava da impugnare per affermare la propria superiorità. Perché quando il prossimo scatena questo bisogno, allora c'è un problema grande. E qui entrano in gioco i discorsi sull'infanzia ben argomentati dall'exvideogiocatore. 

Noi bambini degli anni '80 siamo cresciuti pieni di attenzione e di giocattoli. Ma nel contempo i nostri genitori hanno creato su di noi molte, troppe aspettative, proprio nell'ottica di una competizione con i nostri coetanei. Alla fine il nostro successo sarebbe stato il successo dei nostri genitori. L'infanzia dei nati negli anni '80 è stata un'epoca felice perché priva di responsabilità e piena di attenzioni. Ma nel contempo abbiamo respirato questo malsano spirito di competizione. È da bambino che ho iniziato a non sentirmi capace di fare certe cose, fino a vergognarmene. A gettare la spugna senza provare o arrendendomi subito, perché non c'erano gli stessi risultati degli altri. Ignorando che una persona possa impiegare molto più tempo di un'altra per raggiungere un obiettivo (che brutta immagine, ma penso abbiate capito). 

Questa necessità inculcata di dover competere a tutti i costi ha come conseguenza il dover e il voler affermare la nostra superiorità sul prossimo. A cercare attenzioni (e like sui social, magari) e riconoscimento per sentirci migliori. Non lo fanno solo i nerd, lo facciamo tutti. È uno dei grandi mali della nostra società iper-connessa. È un errore. Perché siamo noi a definire la nostra persona, non possono essere gli altri. Così, quando approfondiamo la conoscenza di un'opera, questo processo deve appagare noi stessi, non per affermare una presunta, nostra superiorità intellettiva sugli altri o, nel caso denunciato dall'ex videogiocatore, per creare una "scienza dello svago", per voler legittimare agli occhi degli altri una passione "nerdistica" o per darsi un tono. 

Siamo esseri umani, non siamo perfetti e non possiamo ambire alla perfezione. E perfetti non lo erano i nostri genitori: non è una colpa, averci riempito di attenzioni (spesso magari per sopperire alla vera affettività) e allo stesso tempo di aspettative. Il senso di iper-gratificazione lo portiamo con noi, ma ora spetta a noi combatterlo. Anche questo è essere adulti. Consapevolezza. In tutto questo, serve dare il giusto peso alla considerazione degli altri. Perché gli altri sono fondamentali, non per darci concretamente un premio, nel riconoscerci come persone vincenti; ma per costruire quei rapporti affettivi che danno valore all'esistenza e che, come tali, gratificano non per numeri o logiche concrete, ma perché espressione di amore. 

Ed è ecco che acquisiscono un senso anche la fortezza Eldorado della Lego, il videogioco o il cartone animato del passato (Sì, exvideogiocatore, anche per i cartoni, come i videogiochi, c'era roba bella e tanta roba brutta): perché essi ci riconducono a quegli amici con cui abbiamo giocato e vissuto pomeriggi spensierati. Quegli amici oggi ci sono ancora, o sono stati sostituiti da altre persone. Io e Alberto giocavamo ai videogiochi ai tempi delle medie, ogni tanto ci ritroviamo a fare lo stesso. Guardavamo i video dello youtuber Zeb89 qualche anno fa e lo facciamo ancora; senza sentirne la nostalgia nel lungo periodo in cui era sparito da Youtube. Bene, quei rapporti affettivi ci hanno visto per protagonisti e anche oggi possono vederci protagonisti. Felici. Questo è il senso dell'affermazione dell'io, non una competizione. E in fondo, anche il giocattolo, il videogioco e il cartone animato ci rimandano a quelle persone che lo hanno realizzato: quei personaggi fittizi sono espressione del pensiero e del sentimento di una persona reale. C'è un filo di affettività che ci lega, lo stesso che ci lega magari a un attore o a un cantante. E l'affettività non è mai peccato. 

In questo percorso di auto-consapevolezza, possiamo solamente dare il meglio di noi stessi. Migliorarci, anche se questo miglioramento sembra piccolo e impercettibile.  Ho spesso "sofferto" certi pensieri dell'exvideogiocatore perché sostanzialmente lo vedevo come modello di consapevolezza di pensiero e di affermazione di sé, per me irraggiungibile, e questo mi suscitava invidia. Ma poteva egli essere modello o simbolo di perfezione? Certamente no. Anche perché lo stesso percorso che ha intrapreso lui, attraverso la scrittura, era espressione di una necessità, quindi nata a seguito di una "debolezza". "I giochi antichi sono un pretesto per prendere le misure di quello che per me, in un'infanzia molto nerdista, era estremamente importante e finalmente dargli una ridimensionata", scriveva. Prendere le misure e ridimensionare, non cancellare. Perché cancellare significa non saper gestire le separazioni e i cambiamenti, è quello che fanno i bambini che dicono "la mamma è brutta" quando li punisce, ed è comportamento peggiore del mettere sotto la teca la versione lusso della fortezza Eldorado dei Lego.

Commenti