"Possession" di Andrzej Zuławski (1981) è un'opera di difficile interpretazione. Ritengo però che il concetto cardine sia l'assenza di Dio. La pellicola inizia con l'immagine di una croce, sottolineata da una musica disturbante. In un momento chiave Anna, la protagonista, rivolge lo sguardo a un crocifisso, nella vana speranza di ottenere una risposta. Non siamo nella rassicurante Brescello di Don Camillo, il simpatico parroco che ha dialoghi costanti con Gesù Cristo, attraverso l'immagine del Crocifisso. Per Zulawski Dio non esiste, non esiste una vita ultraterrena, tanto più che "gli assassini si prendono la parte migliore", dice la madre di Heinrich, l'amante di Anna. Si prendono cioè il corpo, l'unica realtà: non c'è nulla di trascendente.
Anna, ovviamente, è il personaggio chiave di "Possession", assieme ai due "Doppleganger", gli elementi soprannaturali della pellicola. Non sappiamo l'originale materiale di Helen, ma lei rappresenta la "fede" che Anna non ha, che ha perso precedentemente. È quindi una persona premurosa, ligia ai doveri, equilibrata e razionale. Anna è "caso", quel caso che determina la vita di un uomo e di una donna, ma anche lo stesso comportamento umano, spesso fatto di istintività ed emotività (Pensate quante volte abbiamo sentito dire "È un comportamento irrazionale!"). La visione del regista è estremamente negativa e si radica anche in una dimensione personale, legata all'esperienza del divorzio. Mark, infatti, dice ad Helen "Io sono in guerra con le donne. Sono imprevedibili, instabili e poco affidabili". Questo passaggio spiega perfettamente la teoria del "caso". Ma la terza via, scelta da Anna, è quella che porta alla follia, la quale si specchia in una fede ritrovata, ma distorta. La fede di chi usa la religione per giustificare le più orribili violenze, certo, ma anche quella che costruisce vere e proprie religioni laiche. Pensiamo appunto - in epoca di guerra fredda - a quell'America che ha creato la società del consumismo, ricca di feticci da idolatrare, come l'auto che diventa simbolo dello status symbol.
Ed eccoci al "parto" di Anna, in metropolitana: l'abominio di carne che si fa uomo, diventando il doppleganger di Mark. "Quello che mi resta è il caso. Dovevo prendermi cura della mia fede. Proteggerla", dice Anna. E risponde affermativamente alla domanda di Mark: "È questo che fai là?": là si intende l'appartamento nei pressi di Berlino Est in cui lei custodisce la creatura. Persa la fede, Anna imbocca la strada della follia per non rimanere in balia del caso. E genera un doppleganger che è puro male. Il film si conclude con il doppio di Mark che è pronto a sopraffare Helen e che imperversa: una sorta di "anticristo" che annuncia una vera e propria guerra tra uomini. Bob, il figlio di Mark e Anna, puro come tutti i bambini, distingue chiaramente il bene e il male e scegliere di suicidarsi. D'altra parte le prime vittime delle guerre sono sempre gli indifesi, i bambini soprattutto. Può Dio accettare che sia versato il sangue degli innocenti? A detta di Zulawski, se Dio esistesse, non potrebbe farlo. E torniamo a un dialogo tra Mark ed Heinrich. Il primo sostiene che Dio sia "una lebbra", cioè una malattia che consuma lentamente e che corrode il corpo dall'interno. L'uomo, infatti, è un essere limitato e "consumato" dal suo desiderio di ricongiungersi con l'infinito, con il mistero dell'assoluto. Heinrich risponde: "Esattamente questa lebbra ci fa comprendere Dio". La sofferenza ci avvicina a Dio: pensiamo al Cristianesimo, il dolore ci avvicina al divino, Cristo si fa uomo e si fa portatore delle sofferenze dell'uomo. Due punti di vista divergenti, che leggerei come simbolo dello scontro tra la borghesia rappresentata da Mark e l'anti borghesia espressa dallo spiritualismo di Heinrich. Queste le mie risposte ad alcuni degli interrogativi espressi da questo film, la cui visione è stata un'esperienza forte e angosciante già nella sua prima parte, nella quale descrive la difficoltà vissuta da una coppia durante la separazione.

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