Camp Miasma - Adolescenza, sesso e morte: recensione e analisi del film di Jane Schoenbrun


Di Bonigol

La cinematografia di Jane Schoenbrun (regista di Ho Visto la Tv Brillare) può essere descritta come una creativa e rigorosa indagine sui concetti di isolamento, identità sessuale e dissociazione nell'era della mediazione digitale. Alla luce di questo, la sua ultima opera, "Camp Miasma -Adolescenza, Sesso e Morte", presentato con buoni riscontri a Cannes e giunto recentemente nelle sale italiane, ci offre un'ermetica rappresentazione meta-cinematografica che (sotto le mentite spoglie dello slasher anni ottanta) esplora la disforia di genere, il trauma e la riconciliazione con il proprio corpo attraverso il desiderio.

Rallento e procediamo con ordine.

Schoenbrun mette in scena un racconto strutturato su due piani narrativi sovrapposti: da un lato la razionalità della cineasta Kris, chiamata per dirigere il reboot di una celebre saga horror (Camp Miasma, appunto) e dall'altro la stagnante teatralità del campeggio nel quale venne allestito il set del primo storico film, un luogo semiabbandonato, dove vive da eremita Billy, l'iconica attrice che interpretò la prima final girl del franchise.

È proprio in questo posto, reso dalla stessa Billy un sacrario commemorativo dell'opera, che giunge Kris, piena di zelo e decisa fermamente a coinvolgerla nel progetto del nuovo film. Alla sua prima apparizione Billy ci appare "crepuscolare", enigmatica, carica di un fardello che si porta dietro da anni (ne scopriremo poi il peso) ma anche Kris, oltre il filtro intellettuale, mostra una fragilità che cerca di stemperare col lavoro e "tonnellate" di caramelle e junk food.

Il film prende vita (o meglio, giunge a una svolta emotiva) proprio dall'incontro tra l'ex attrice e la regista, entrambe segnate da un rapporto complicato con Camp Miasma, in particolare con la figura del serial killer, il suggestivo Little Death (approfondiremo nella parte con spoiler).

Il viaggio che ci propone questa perla ermetica è molto più intellettuale di quanto si potrebbe sperare di trovare in uno slasher, a partire dalla maschera di Little Death, una sorta di cubo a strati metallici concentrici che ricorda qualcosa a metà fra la griglia di un vecchio condotto per l'aria (tipico dei grandi palazzoni americani) e il corpo a fisarmonica di una fotocamera vintage. 

Il sangue scorre a spruzzi, a geyser, a fiumi e la morte si prende ogni corpo voracemente, con uno splatter suggestivo e volutamente sopra le righe, così che non ci si concentri troppo sull'atto violento stesso ma su ciò che rappresenta.

Con il progredire della vicenda, avviene un graduale sfondamento della parete meta-cinematografica (la cosiddetta "quarta parete") e le vicende della saga immaginaria anni ottanta finiscono per riversarsi sul mondo reale di Kris e Billy. 

È giusto, dunque parlare di film horror? Assolutamente sì poiché l'orrore è presente a livello visivo (anche se usato come metafora) ma anche e soprattutto nel suo aspetto psicologico. Alcune stasi esistenziali possono spaventare più del coltellaccio che squarcia e sgozza o del killer privo di uno scopo che indossa una maschera da hockey (se devo spiegarvi questa citazione vi invito a guardare i veri cult del genere). 

Il mio giudizio sul film non può che essere positivo, soprattutto laddove, a seguito delle profonde riflessioni che ha suscitato in me, ho realizzato (o quantomeno creduto) di esserne venuto a capo (ci ho pensato per molti giorni dopo la visione).

Ci sono molti virtuosismi tecnici in quest'opera. Ad esempio la scena della riunione tra la regista e i produttori del film, le molte sequenze in mezzo alla natura innevata, le ricostruzioni anni '80 e una fotografia che dal freddo realismo iniziale passa a un impressionismo luminoso con un cielo pastello rasserenante, appena dopo la rottura della finzione. 

+++ DA QUI SPOILER +++

Veniamo al messaggio contenuto in questo film (per farlo è necessario spoilerare parecchio, se non tutto), si astenga dal legger quanto segue chi vuole viverne la visione senza anticipazioni. 

Riprendiamo le due protagoniste da dove le avevamo lasciate, ossia nel campeggio (chiamato Camp Tivoli) dove Billy, in seguito a un'esperienza traumatica vissuta sul set, si è autoesiliata tra cimeli e ritagli di giornale che celebrano l'opera originale. Kris, prima dell'incontro con l'attrice, ci viene mostrata nel pieno della sua passione per il cinema, determinata nell'esporre e portare avanti le sue idee. Dal confronto intimo tra le due donne emerge un trauma che le porta a un blocco quasi speculare. Kris (ammaliata fin dalla precoce visione di Camp Miasma) soffre per un senso di estraneità identitaria che la spinge a rifugiarsi nella teoria e nella finzione del cinema, questa forma di distacco le impedisce di abitare il proprio corpo in modo spontaneo, costringendola a osservarsi continuamente dall'esterno quasi fosse unicamente regista della propria vita, prima ancora che una persona reale.

Billy, invece, porta i segni della violenza subita sul set durante le riprese di una famosa scena di sesso, evento che l'ha spinta a dissociare la propria intimità proiettandola nell'idea del killer che la osserva dall'ombra. Tutte e due condividono l'incapacità di vivere il desiderio se non attraverso la mediazione della fantasia o del pericolo. In entrambi i casi emerge l'utilizzo della violenza come scudo verso la paralizzante incapacità di esprimersi sessualmente con spontaneità. 

Particolarmente su questo punto si focalizza la poetica non-binary di Schoenbrun (già trasposta nel complesso Ho Visto la Tv Brillare).

Spoilerissimo.

La finzione mediatica (la VHS in quel film, il grande schermo in questo) serve inizialmente come anestetico per sopravvivere alla disforia, ma deve poi essere attraversata e distrutta visceralmente per permettere al corpo reale di risvegliarsi, cosa che accade  a Kris e Billy quando Il killer iconico della saga riemerge dalle acque del campeggio e comincia a eliminare la troupe e i produttori, figure che simboleggiano l'industria cinematografica e la rigidità dei ruoli preconfezionati. Di fronte a questa invasione della farsa nella realtà, le due protagoniste scelgono di non fuggire come imporrebbero le regole classiche del genere. Al contrario, abbracciano coscientemente il loro ruolo nel racconto e si lasciano trafiggere insieme dalla lancia dell'assassino. Questo momento di penetrazione figurativa e di morte simulata assume il valore di una liberazione. Attraverso l'uccisione simbolica della loro "vecchia veste" e l'abbandono delle rispettive difese (intellettuali o traumatiche), le due donne riescono a connettersi con il proprio corpo e con il proprio piacere in modo diretto. Billy ha finalmente elaborato il trauma e può guardare avanti, lasciandosi alle spalle il "museo" stagnante in cui viveva reclusa. Kris può finalmente smetterla di essere la regista della propria controfigura convenzionale e (come mostra eloquentemente la sequenza in cui si trova proiettata nel film) diviene protagonista della sua vita, che può così vivere senza filtri di facciata. Il suggestivo risveglio finale sotto la luce del mattino, prive di ferite ma ricoperte dal sangue dell'esperienza vissuta, segna l'uscita definitiva dalla trappola del passato e dalla prigione della teoria, riconsegnando le due donne a una realtà autentica e finalmente abitata.

Il film non è chiaramente etichettabile come "per tutti" (non parlo di rating) e non è facile da decriptare. Non sono nemmeno sicuro di aver letto bene dettagli o insieme dell'opera. È il bello del cinema. Si esce intrecciando le trame, dando luce alle proprie teorie. L'ho trovato creativo, originalissimo e intelligente, in un periodo satollo di offerta (ma scarno di idee) per quanto riguarda l'horror. Esiste, del resto, qualcosa di più terrificante delle paure che ci condizionano la vita? 

Voto: 8.5

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