Con colpevole ritardo (inizio 2026..), mi sono immerso nella filmografia di Oz Perkins, venendo "rapito" dalle splendide opere del regista newyorkese. Gretel e Hansel non fa eccezione.
Ciò che mi piace, del cinema di Perkins, è l'impronta che dà ai suoi horror e i suoi "villain" mai banali. Il "burattinaio" Nicholas Cage di Longlegs, il "manovratore" del giocattolo scimmia maledetto di The Monkey (non svelo chi sia per non fare spoiler) e qui, come nella celebre fiaba di Grimm, la strega. Personaggi affascinanti, che però non rubano affatto la scena ai protagonisti. Dicevo invece dell'impronta, del tocco del regista: quel concetto di "maledizione" che vediamo associato in Longlegs a delle bambole, in The Monkey a un giocattolo e qui ai poteri della stregoneria che sembrano innati a più di una persona, anche se il numero di esse rimane ristretto. Il male ("Ave Satana"!, riuscitissima battuta) di Longlegs, la morte di The Monkey e in Gretel e Hansel un concetto legato al libero arbitrio. La stregoneria da sempre è associata al male ed è vista come un potere che corrode. Ma si può gestire questo potere in maniera diversa?
Il film sembra dare una risposta positiva, anche se il finale, come nella tradizione delle opere di Perkins, resta sempre un po' in sospeso. Ma è evidente quanto sia diversa la scelta compiuta da Gretel rispetto alla strega. Sfumature che danno consistenza a un film di per sé affascinante nella sua veste gotica, con scene oniriche affascinanti e inquietanti mescolate alla realtà; e momenti in cui la creatività del regista emerge in tutta la sua forza espressiva, come nel momento in cui si svela la verità sui banchetti luculliani messi in tavola dalla strega. E a proposito di quest'ultima, è inevitabile che questa figura possa essere associata al femminismo. Ma attenzione a non cadere in giudizi grossolani. Perché la strega certamente prova a spingere Gretel, la donna, a liberarsi del fardello uomo, il fratello Hansel, ma in realtà quello che il film ci mostra, è che ognuno possa e debba trovare il proprio cammino autonomamente. La parte iniziale del film - che rimane per me suggestiva e non un riempitivo - ci mostra anche un disgustoso "signorotto" che vorrebbe approfittare della virtù di Gretel, in procinto di diventare la sua domestica, ma qui non si può accusare il regista di scrivere un "prodotto" in linea con le direttive "progressiste" del 2020 del cinema americano (e di Netflix), ma semplicemente una scena coerente con lo script del film e con il percorso evolutivo della protagonista. Il messaggio, ribadisco, è un messaggio universale, piuttosto apprezzabile, legato al libero arbitrio e all'affermazione del proprio io. Certamente più che "Gretel e Hansel", è "Gretel" e basta, ma va bene così, perché il film funziona, affascina, coinvolge e fa perdonare l'unico vero compromesso alla regole "moderne" di Hollywood, scegliere un attore di colore per interpretare l'onesto cacciatore (a proposito di uomini: non siamo in un film di Garland, dove tutti gli uomini sono brutti e cattivi).
Voto: 7.5


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