Nel tepore del ballo: Pupi Avati racconta un altro "perdente" con sentimento e maestria (SPOILER)


Nel tepore del ballo (2026) è un film che esprime perfettamente la poetica avatiana. Il regista bolognese confeziona una storia di caduta e di riscatto (in parte) morale, di sentimenti, malinconia e nostalgia. Il fulcro, come in altre storie, è un amore finito e la perdita della felicità. Nella fattispecie, il matrimonio tra Gianni Riccio (Massimo Ghini) e Clara (Isabella Ferrari). Lui è diventato un conduttore televisivo di grande successo, ma quando il suo "castello" crolla (la fama mediatica può venire e andar via bruscamente), a causa del coinvolgimento in un'indagine della finanza, ecco che i rimpianti iniziano a bussare prepotentemente alla porta. 

Riccio, come tanti protagonisti dei film di Pupi Avati, è un perdente. Ma fin dalle prime scene è facile empatizzare con lui, basti pensare a quella frase "ma questo non è un arresto", ripetuta due volte, al cospetto dei finanzieri, che mette in evidenza tutta la fragilità e l'ingenuità del personaggio. Non è un cattivo, ma ha fatto scelte sbagliate, quelle scelte sbagliate che possiamo fare tutti nella vita. 


A fine film, forse passaggio un po' scontato, ma sempre emozionante, Riccio trova però il suo riscatto morale, quando decide di sottrarsi alla sceneggiata orchestrata dalla conduttrice televisiva interpretata da Giuliana De Sio, e lo fa per non ferire ulteriormente i sentimenti di Clara. Avrebbe dovuto fingere di avere una nuova relazione con Clara, la "sorpresa" da dare in pasto a un pubblico alla ricerca di gossip e di sentimenti facili, invece, proprio consapevole di aver riscoperto quel sentimento che lo legava alla donna e che aveva sacrificato per inseguire altri scopi nella vita, decide di fare un passo indietro. Al riscatto si unisce una matura consapevolezza: quell'amore non può più essere vissuto. Di fronte al maxischermo con le foto del suo matrimonio con Clara, prima di lasciare lo studio televisivo, commenta con un laconico "Sono un ragazzo e una ragazza che non ci sono più". 


Un atto di maturità non banale, accettare la separazione (in senso lato: non l'impossibilità di avere una relazione con Clara, ma il non poter riavvolgere il nastro perché quella fase della sua vita è finita), benché con grande dolore. Il finale della pellicola ci restituisce un momento intimo e commovente: Riccio ascolta, tramite mangianastri, la preziosa cassetta che ha registrato la voce di sua madre, il giorno prima del parto fatale per la donna. "Non dobbiamo avere paura. Domani insieme ce la faremo". Un momento cinematografico che esprime tutta la delicatezza della poetica avatiana: il protagonista sembra aver perso tutto (gli rimane solo l'affetto della sua vecchia zia) e si rifugia nel pensiero della madre, la donna che tutti vorremmo avere per sempre vicina, nei nostri momenti di difficoltà, confidando che ci possa dare la forza per ripartire. Riccio però non ha perso tutto: ha riacquistato la dignità, ha accettato i suoi errori e potrà comunque ripartire. La speranza non potrà mai essere persa, finché c'è vita. 

Scende così il sipario su un film che magari non avrà un soggetto originale e che sembra un po' "allungato", nella sua prima parte, da una chiosa sui genitori (entrambi defunti) del protagonista, che sembra più un esercizio di stile del regista (comunque Pupi ha una gran mano, come sempre!), per mettere in scena "cartoline" degli anni '70 e '80, che una reale necessità del racconto cinematografico. Ma poi Avati dà il meglio di sé, muovendo con abilità i personaggi all'interno della scena (con validi comprimari, tra cui Sebastiano Somma, Jerry Calà e Pino Quartullo), non facendo mancare una critica al mondo dello showbiz e al mondo televisivo del gossip e dei sentimenti messi in vetrina (e alla berlina); una critica non sopra le righe, ma con quel tocco delicato e sensibile del maestro bolognese, il cui cinema ha più di un pregio non banale: il saper raccontare una storia che possa toccare il cuore di tutti, senza giudizi facili e senza dover mettere in scena buoni e cattivi, coinvolgendoci e facendoci empatizzare con i suoi personaggi. 

Voto: 7.5 (al film). Voto: 10 al maestro Avati e alla bellezza e al sentimento del suo cinema.


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