di Bonigol
Paternal Leave, film che segna l'esordio alla regia di Alissa Jung, è un delicato viaggio analitico all'interno delle ferite emotive legate all'assenza di una figura paterna e al disperato bisogno di dare un'identità alle proprie origini.
Al centro della narrazione c'è la quindicenne Leo, che (a seguito dell'ennesimo episodio d'incomprensione con la madre) decide di mettersi in viaggio dalla Germania verso Marina Romea, lido ravennate dove ha scoperto risiedere il padre, l'impacciato gestore di uno stabilimento balneare, di nome Paolo.
L'uomo non cade dalle nuvole (come d'abitudine in questo genere di storie) ma sa dell'esistenza di Leo e ha consapevolmente deciso di dimenticarla, vivendo la propria vita insieme ad altre persone, come se niente fosse.
Anche per questo la "fuga" da casa della protagonista non nasce soltanto dal desiderio di scoprire le proprie radici, ma dal bisogno profondo di colmare (o quantomeno capire) il vuoto identitario che la affligge. La sua spedizion ha come obiettivo minimo un "perché?" che sente di poter pretendere. È il dramma psicologico del rifiuto percepito e del senso di inadeguatezza che spesso accompagna la crescita dei figli non riconosciuti, archiviati in fretta (e spesso senza pietà) come "effetti collaterali di una notte di sesso" o veri e propri errori di gioventù. Paolo, infatti, incarna la paralisi emotiva del genitore impreparato, dalla cui palese incapacità di comunicare emergono il peso della responsabilità e della colpa. Dall'altra parte, Leo evidenzia come la mancanza di un legame paterno le abbia formato uno strato protettivo, un guscio attorno, seppure indebolita dentro da un'insaldabile frattura esistenziale.
Il suo oscillare continuamente tra una strenua ricerca di vicinanza e una comprensibile difesa emotiva, non è il tentativo di farsi spazio nella vita di chi l'ha volutamente esclusa ma la determinata voglia di far luce su passato e presente, così da veder più chiaramente il percorso verso il futuro.
Il cuore dell'opera risiede nella rappresentazione delle difficoltà di comunicazione. Jung sceglie di non sovraccaricare la storia di spiegazioni o dialoghi retorici, preferendo un linguaggio cinematografico fatto di sguardi sospesi, distanze fisiche ed esitazioni che sfociano in numerosi scontri. Le aspettative disattese e le barriere difensive (la fragilità spavalda della giovane contrapposta al silenzio evasivo dell'uomo) ci mostrano come il trauma dell'abbandono possa rendere complesso anche l'atto più semplice ed è necessario, se questo messaggio giunge allo spettatore, fare un applauso alla performance del cast, da Luca Marinelli con la sua goffaggine fino (anzi soprattutto) all'esordiente Juli Grabenhenrich, elogiata da più parti e bravissima a comunicarci anche i molti aspetti non verbali del faccia a faccia col padre.
Nei malinconici scorci di un lido fuori stagione (privo di sole e turisti) prende vita un film intimista e toccante sulle difficoltà di connessione, che è anche la richiesta di aiuto di tutti quei ragazzi che pagano le scelte di altri e che vogliono unicamente dire al mondo: "Ci sono anch'io!".
Voto: 7+

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