Dal punto di vista cinematografico, Clock, film del 2023 diretto da Alexis Jacknow (regista a me finora sconosciuto) fa parte di quel filone di horror psicologici moderni che, limitando l'uso dei famigerati jumpscares, non puntano soltanto ad inquietare lo spettatore "sciabordando" tra realtà e percezione, ma lanciano anche (dritta dritta) una stoccata alle retrograde convenzioni sociali del terzo millennio.
Ella (Dianna Agron) è un'arredatrice di grande successo che vive una vita appagante assieme al suo partner (chirurgo d'ospedale). La donna non vuole avere figli, non ne sente minimamente il bisogno, mentre lui, pur rispettando la scelta di Ella, nutre il desiderio di paternità. A metterle pressione, comunque, ci pensano le amiche (che non riescono a concepire l'assenza di istinto materno in lei e non perdono occasione per spronarla a restare incinta) e soprattutto il padre, di discendenza ebraica, che le rinfaccia il peso della storia. Per lui non avere figli non è solo una scelta personale, ma un tradimento verso gli antenati che sono sopravvissuti all'Olocausto affinché lei potesse esistere.
Un giorno, al termine di una visita ginecologica, Ella viene a sapere dell'esistenza di una clinica che mette in pratica una tecnica sperimentale capace di infondere nelle donne, anche le più restie, la voglia di concepire. Ormai convinta che la situazione possa rendere infelice l'uomo che ama e con la sua risoluzione indebolita dalle pressioni di amici, parenti e del mondo esterno, decide di sottoporsi al trattamento.
È una storia che esplora il concetto (ormai superato) di pronatalismo, ovvero l'ideologia che promuove la riproduzione umana come fine ultimo della realizzazione femminile. Ella non è vittima dell'esperimento al quale accetta di sottoporsi, ma di una società che non rispetta la sua scelta di donna. Il "guasto" non è nel suo corpo, ma nella percezione che gli altri hanno di lei.
Da qui nascono il cambiamento e la crescente paranoia che si viene a creare, abilmente mescolata con un'ansia profondamente radicata nella realtà, ossia la pressione sociale.
Jacknow utilizza una regia pulita, quasi asettica, che riflette l'ambiente alto-borghese e ordinato della protagonista, Ella. Questa pulizia visiva rende ancora più disturbanti le incursioni nel "grottesco" e le allucinazioni che richiamano il body horror cronenberghiano (seppur in forma più contenuta). A scandire l'orologio biologico di Ella (con questa metafora ci si collega al "clock" del titolo) è un vecchio pendolo che ci viene detto essere ciò che resta delle proprietà di famiglia scampate alle razzie naziste. Ciò si specchia esattamente nel contrasto col padre, legato a quel pezzo d'antiquariato così come alle tradizioni/convenzioni, anteposte alla felicità di Ella.
In questo film esiste un prima e un dopo il trattamento clinico. La naturalezza iniziale della protagonista lascia spazio a paura e tensione. Abbondano le metafore "oniriche" come ragni a simboleggiare la paura e una misteriosa "Donna Alta" che parrebbe manifestarsi di tanto in tanto come personificazione del senso di colpa transgenerazionale, trasformando un trauma astratto in una presenza fisica, visibile e minacciosa.
L'attrice Dianna Agron sorregge quasi interamente la parte più emotiva del film. La sua transizione da donna sicura, carismatica e padrona di sé in "vittima" frammentata e paranoica (espediente, ricorderete, messo in atto nella biopolitica distopica di Arancia Meccanica) è resa bene con una recitazione sottile, che gioca molto sullo sguardo e sulla tensione espressiva.
No, Clock non è certo un film perfetto. A tratti la metafora è troppo esplicita e il finale vira verso una risoluzione che sacrifica la sottigliezza psicologica per l'impatto visivo. Tuttavia, è una piccola produzione interessante per come riesce a mappare il disagio di una generazione di donne che, al passo col progresso, rivendica il diritto all'autodeterminazione contro secoli di condizionamenti.



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