Da Cochi, Renato e Jannacci a Pucci


Mi fa sorridere che il caso Pucci sia diventato un vero e proprio caso politico. Eppure il comico non è stato rimosso dal cast di Sanremo per volontà di una parte politica, quanto semplicemente per scelta autonoma dello stesso, a seguito dei messaggi di odio ricevuti sui social. 

Pucci sui social mette un post con un dito medio e la didascalia zecche, per celebrare una vittoria elettorale, o paragona la segretaria del Partito Democratico a un mix di Alvaro Vitali e Pippo Franco. Poi dice "Non odio nessuno". Sarà. Che poi l'odio è parte della natura umana. Va combattuto e soffocato, certamente. Il social non aiuta, perché in genere scriviamo post di pancia. Di sicuro, Pucci ha scelto consapevolmente di partecipare alla polarizzazione dei social. Dico qualcosa di divisivo, attiro i nemici e gli amici, faccio parlare di me e faccio engagement. Trovo un po' discutibile, per questo, fare poi la vittima.  Il fatto che "i comici di sinistra facciano le stesse cose di Pucci" (in riferimento alla parte "avversa" politicamente parlando) non toglie demeriti, anzi è un demerito di tutti.

Il discorso è infatti più ampio. Io, infatti, credo che un'artista debba sempre distinguersi per il proprio stile.

Sul palco è libero di dire ogni cosa (e nessuno ha tolto questa libertà a Pucci, mi sembra di capire), fuori dal palco è legittimissimo esprimere le proprie idee politiche (non solo di votare, anche se io personalmente rimpiango i tempi de "il voto è segreto") e anche le proprie antipatie politiche, ma sempre con un certo stile. 

È difficile riconoscere questo?

Un'artista non può avere la caratura da doversi elevare sul giochino della polarizzazione?

È per questo che "detesto" artisticamente certi vignettisti che imperversano sui social, che magari disegneranno anche bene, ma a livello di contenuto esprimono odio, volgarità, aggressività, non caratura artistica. 

Penso allora al Derby di Milano, penso a un palco in cui sono salite persone dalle idee politiche (e non solo) diverse. Penso a Jannacci, a Cochi e Renato: non è facile pensare che nella cabina elettorale la pensassero diversamente. Eppure erano grandi amici e sul palco hanno divertito tutti.

È questo il problema enorme dei tempi moderni: la mancanza di universalità del messaggio artistico, sia che sia espresso ad esempio nella forma di un monologo comico o ad esempio nel testo di una canzone. La capacità di guardare un po' oltre a quello che è il vivere della gente comune. Di spiazzare. Di prendere in giro sì, ma in maniera intelligente. 

Poi capisco che l'artista di oggi viva nell'epoca del politicamente corretto a tutti i costi e dell'inclusività a tutti i costi. Ma quanto incide, in questo processo, la logica dei social e della polarizzazione a influire; e quanto invece lo scorrere del tempo, che a causa dei cambiamenti sociali impone di aggiornare tutti i registri, compresi quelli della comicità? 

Risposte certe non ne ho.

Commenti

  1. Ho seguito poco la vicenda, posso solo dire che non mi sta granché simpatico.

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