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| Foto da Prime Video |
di Bonigol
Con una sensibilità inusuale per il dramma moderno e un'eleganza stilistica capace di nutrire occhi e cuore di chi ama il cinema, torna con "Sentimental Value", Joachim Trier, uno dei maggiori esponenti di un movimento nordico in costante crescita, noto al grande pubblico soprattutto per aver diretto l'acclamato La Persona Peggiore del Mondo. Trier continua a raccontare l'esistenzialismo attraverso i suoi nodi da sciogliere, intrappolati in dinamiche familiari complesse e fatte di forti contrasti nelle relazioni umane. Lo spettatore si troverà al centro del triangolo composto da Gustav Borg, padre settantenne, un tempo regista di grande successo (interpretato da uno strepitoso Stellan Skarsgård) e le sue due figlie Nora (Renate Reinsve) e Agnes (Inga Ibsdotter Lilleaas). Nora è un'affermata attrice teatrale che sembra sfuggire alla propria individuazione attraverso la finzione della messinscena. La giovane donna cova un rancore silenzioso nei confronti del padre assenteista e convive a fatica con ansia e insoddisfazioni pressoché costanti. Diversa è la situazione di Agnes, persona molto più equilibrata e che sembra essere riuscita a spazzar via la rabbia per le negligenze paterne, grazie anche al compagno e al figlioletto i quali riescono a crearle attorno una rassicurante comfort-zone fornendo la stabilità necessaria. Tra le due sorelle c'è un legame forte e indissolubile forgiato da adolescenze difficili affrontate con sostegno reciproco.
La vicenda narrata inizia col ritorno di Gustav (nel giorno del funerale della ex-moglie, madre delle sue figlie) nella vecchia casa dove sono stati, molti anni prima, una famiglia. Il suo non è un atto di pentimento o di riconciliazione ma il cinico tentativo di "cannibalizzare" l'occasione per trarne vantaggio. L'uomo sta, infatti, preparandosi a tornare dietro la macchina da presa per un nuovo lungometraggio che vorrebbe includesse Nora nel ruolo da protagonista. L'incomunicabilità tra i due, però, rischia di aprire nuovi e più profondi crepacci.
Anche se il tema centrale resta fissato sulla psicologia delle relazioni affettive e sulle conseguenze delle "ferite" mai rimarginate, "Sentimental Value" non è soltanto un film sulla famiglia ma una riflessione profonda sul perdono e sulla difficoltà di liberarsi dal peso delle aspettative altrui. È un’opera sofisticata filtrata da personaggi caratterizzati alla perfezione nel loro "corredo" di debolezze e resilienze (tutti e quattro i protagonisti hanno ricevuto una nomination agli Oscar per la loro performance).
Gustav è un egoista ma sebbene ci venga presentato come un personaggio negativo mette in evidenza una sua forma di fragilità che lo rende ai nostri occhi odioso e vulnerabile al tempo stesso, confondendo un po' il cliché del "cattivo" unidimensionale.
Nora, dal canto suo, può apparire troppo perentoria nell'erigere muri e schivare il confronto sebbene anche per la comprensione del suo atteggiamento diviene necessario superare la coriacea armatura che si è costruita addosso nel tempo.
Joachim Trier opta per la solita "letteraria" suddivisione in capitoli (suo marchio di fabbrica) per scandire un incedere "in punta di piedi", confezionato con discrezione e quasi totalmente privo di sottolineature musicali invadenti. Insieme al co-sceneggiatore di lunga data Eskil Vogt, conferma la sua capacità di miscelare malinconia e dialoghi dall'ironia pungente attraverso una "chirurgica" attenzione stilistica. Il ritmo è meno incessante di altre opere precedenti poiché in questo caso servono tempi più lunghi per scavare nei silenzi, puntando decisamente sull'espressività dei volti. Bella l'idea espressa, che l'arte possa giocarsi il tentativo di riparare i rapporti umani, quasi fosse una catarsi.
In questa pregevole rappresentazione di metacinema viene messa in risalto la differenza di empatia di Gustav, capace di sciogliersi in gesti d'affetto e di atteggiamenti paterni soprattutto quando di fronte (anziché una figlia) si trova un'attrice del suo cast.
È un film che implica massima attenzione al filo psicologico che cuce il passato con l'ambiente. Uno sgabello, una stufa, un vaso, tutto porta con sé un significato "sentimentale", così come indicato dal titolo.
La fotografia cattura una Oslo fredda ma sempre luminosa, offrendo scorci paesaggistici molto pittoreschi (una spiaggia desolata, finestre panoramiche, un verde piacevole) e riecheggiando il rapporto chiaroscuro tra i vari personaggi. Ripulendo il Dogma 95 dalla provocazione ideologica, Trier usa una camera a mano fluida puntata quasi costantemente sui volti di Reinsve e Skarsgård (eloquenti nella manifestazione del disagio) trasformando così piccoli scarti comunicativi in confessioni visive: tra adulti è necessario comprendersi anche senza il filtro dell'arte stessa.
Personalmente ho amato questa storia e ancor di più il modo in cui viene raccontata, disseminando dettagli importanti con ponderata maestria, senza cercare il plot twist da bocca spalancata. Le storie di vita possono essere semplici o complicate ma non è dato sapere quale vicenda, in che modo o in quale momento pizzicherà le corde delle nostre emozioni poiché questo fattore è estremamente soggettivo. Il cinema di Trier (e più in generale quello nordico) si sta dimostrando una continua rivelazione capace di riaccendere le mie "lampadine" da filantropo, sprigionando tutto il fascino che è proprio delle persone di questo mondo e delle gesta che compiono. La vita è anche resilienza e non c'è dubbio che il cinema, quando carezza il cuore, sia anche vita.

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