Il commissario Pepe: Ugo Tognazzi maschera tragica di un Paese ipocrita e fintamente perbenista


L'analisi contiene spoiler (ndr)

Considerato un film minore nella grande produzione del regista Ettore Scola, "Il commissario Pepe" (1969) è invece un'opera meritevole, sapientemente diretta (le scene dell'auto della Polizia a sirene spiegate sono da cinema d' alta scuola) e interpretata dal suo protagonista, Ugo Tognazzi. Quest'ultimo veste appunto i panni di un funzionario di Polizia, che in una tranquilla cittadina della provincia veneta, avvia un'inchiesta su reati a sfondo sessuale. Ma questa pellicola non è un giallo, è una commedia all'italiana amara e cinica, tratta dall'omonimo romanzo di Ugo Facco De Lagarda, che contribuì alla sceneggiatura assieme a Scola e a Ruggero Maccari. 

da qui spoiler

È evidente, nello svilupparsi della trama, accompagnata dalla splendida colonna sonora di Armando Trovajoli, la doppia critica sociale: la prima è quella rivolta a un potere che è intoccabile. Il commissario porta a compimento l'indagine, ma gli incartamenti finiscono nel fuoco di un camino: il suo superiore gli dice di togliere dall'indagine le personalità più in vista, compresa la suora di un convento, perché "ci sono le elezioni vicine". Il gesto è lo stesso, ma con una valenza ben diversa, da quello compiuto dal giudice Bonifazi, altro grande personaggio portato sullo schermo da Tognazzi, in "In nome del popolo italiano". Lì la giustizia si faceva ingiustizia per colpire un potente imprenditore, innocente per quella fattispecie di reato, ma espressione di un potere (economico) prevaricatore e senza morale. Qui invece c'è la rassegnazione per una giustizia che non può, o meglio, non vuole intervenire, piegate alle logiche del potere. La Polizia (la giustizia appunto) è spesso forte con i deboli e debole con i forti; il commissario Pepe almeno nella "non scelta" (torneremo sul concetto) sull'inchiesta, decide quantomeno di non segnalare alla Procura, come da suggerimento del suo superiore, i nomi "deboli" della lista, giusto per dare in pasto alla popolazione qualche colpevole. 

La critica sociale però non si ferma a questo aspetto: ma Scola colpisce impietosamente il finto perbenismo dell'Italia degli anni '60, un Paese che va a Messa ogni domenica e va a prostitute, anche minorenni ("Quelle di cinquant'anni sono meno richieste", dice Silvia, figlia del Prefetto e 17enne prostituta). Un Paese moralizzatore e bigotto, ma allo stesso tempo immerso nelle sue perversioni sessuali. E incapace di vivere la sessualità (che quando non costituisce reato, è una cosa naturale) alla luce del sole. Sullo sfondo ci sono i tanti, troppi nuovi poveri della società consumistica e capitalistica (le immagini dei bambini africani in tv) e il movimento sessantottino che prova a cambiare le cose, ma sappiamo, sarà destinato a fallimento; un fallimento che viene anticipato dalla voce del commissario quando parla delle proteste degli operai in una delle scene iniziali del film. I padroni rimangono e rimarranno lì, concederanno magari qualcosa ai propri operai, ma la società non potrà cambiare. Sullo sfondo c'è il nichilismo riscontrabile nelle opere del grande Giorgio Gaber, che non a caso nel suo teatro canzone attaccò (facendo scalpore) il buonismo e la falsa solidarietà: quella che, ne "Il commissario Pepe", è espressa da una popolazione che si commuove per le immagini dei bambini del Biafra e poi, spenta la televisione, vive voltando le spalle davanti all'ingiustizia. Un personaggio chiave del film è il disabile Nicola Parigi (Giuseppe Maffioli), che gira per le vie della città su una rumorosa carrozzina a motore, un personaggio all'apparenza insopportabile e sguaiato, eccessivo nei suoi comportamenti. Parigi è in realtà l'unico a non mettere le mani davanti agli occhi, l'unico a denunciare, attraverso lettere anonime al commissario, la sporcizia che è nascosta sotto i tappeti dell'intera città. E il dialogo tra Pepe e Parigi è un punto focale del film: il paralitico dice di voler essere odiato, piuttosto che compatito. Perché sa benissimo che quella compassione sarebbe un sentimento falso, proprio come quel sussultare davanti alle immagini dei bimbi del Biafra: l'uomo è corrotto, insensibile e falso. È pessimismo cosmico? No, è consapevolezza dell'imperfezione e dei limiti dell'uomo e tutto questo è ben rappresentato dal suo protagonista, una maschera tragica.


Quando si confronta con Silvia, figlia del Prefetto che ha scelto di prostituirsi per ribellione verso il padre, che vorrebbe decidere la sua vita a tavolino, Pepe dice "per esigenze di lavoro" di doversi truccare da  "noioso moralista". E in effetti il commissario immagina Silvia nuda, immagina di baciarla: è vero che il pensiero non si traduce in azione, ma proprio quel pensiero dimostra quanto sia fragile e imperfetta la mente umana. Perché quel pensiero finisce comunque per giustificare chi fa sesso con quella bellissima ragazza (ma minorenne). Così come, quando parla con Parigi, il commissario sogna di buttarlo a mare con la sua carrozzina, quando questi gli rivela che la sua fidanzata Matilda, con il nome d'arte di Dolores, è solita fare viaggi a Milano per posare nuda per una rivista pornografica. E qui si introduce un'altra caratteristica del funzionario di Polizia: l'incapacità di scegliere. Perché il funzionario di Polizia non porta avanti la sua inchiesta (questo sarebbe comunque una scelta) non per convinzione, ma per rassegnazione e per codardia: se avesse scelto di non seguirla, in maniera convinta, non si sarebbe fatto pensieri (amari) o non avrebbe immaginato la retata in quella Chiesa, che è simbolo del perbenismo della società. Il commissario è un personaggio perfettamente inserito nei meccanismi del sistema. Così a fine film, quando Matilda arriva alla stazione, tornando da Milano, non trova Pepe ad aspettarla. Egli si era immaginato due scelte, l'ipotesi era baciarla in mezzo a tutti gli altri passanti oppure svelare a tutti la sua doppia vita. Il suo animo era perfettamente diviso tra l'amore, che vorrebbe vivere alla luce del sole, ma non lo fa per paura, in quanto non legato a lei da un vincolo matrimoniale (all'epoca faceva scalpore a un certa età avere una relazione sentimentale e non essere sposato), e la rabbia per la scelta di lei di spogliarsi nuda davanti a una macchina fotografica, ma quest'ultimo sentimento è proprio frutto di quella società fintamente perbenista e moralista in cui vive e di cui egli stesso è ingranaggio. Gli dà fastidio (e gelosia) che lei esponga il proprio corpo (del quale dovrebbe disporne liberamente, visto che la fedeltà di coppia non viene toccata da questa sua scelta) oppure che il paese possa chiacchierare su questa scelta della donna? Entrambe le risposte sembrano corrette. L'essere democratico e tollerante è semplicemente specchio dell' incapacità del commissario di prendere delle decisioni forti. Nel suo non scegliere mai, esprime al massimo la tragicità della sua maschera.

Voto: 8-

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