Timothée Chalamet e l’ossessione del piedistallo: Marty Supreme e il ping pong esistenziale (di Bonigol)

di Bonigol

Josh Safdie si priva dell'inseparabile fratello Benny per realizzare il suo primo lungometraggio da solista. Marty Supreme è un film costruito attorno alla figura di Marty Reisman (i cui panni sono "vestiti" dal solito Timothée Chalamet da applausi), giocatore di tennis da tavolo popolare negli anni '40 il quale tentò di vincere i British Open con l'intento di richiamare l'attenzione dei media statunitensi su questa attività sportiva. 

È bene sottolineare che non si tratta della biografia di un campione (nella narrazione non si rispettano date e luoghi che fanno capo ad avvenimenti reali) ma una sorta di studio caratteriale di un ragazzo sempre pronto a fare di sé una performance, quasi come se il metro quadro di pavimento sotto ai suoi piedi fosse un palcoscenico. È proprio nella frenesia del personaggio che si riconosce l'estetica del dinamismo tipica dei Safdie. Tutto è caratterizzato da un movimento costante. C'è un "realismo sporco" nella narrazione che rende difficile etichettare Marty Supreme  semplicemente come commedia, dramma o un frullato di entrambi i generi. Altro punto focale del film risiede nel modo in cui viene visto il tennis da tavolo. Non è solo uno sport ma un linguaggio fatto di riflessi, suoni secchi e una spazialità compressa e complessa oltreché, per il nostro "antieroe", opportunità di notorietà e guadagno. Così come la pallina da ping-pong rimbalza quasi in maniera "picassiana" sul tavolo, Marty viene sparato in qua e in là per il globo portando come bagaglio il proprio arrivismo nutrito dall'ambizione personale e "carburato" con bugie e raggiri verso chiunque possa portargli vantaggio. Non si tratta di semplice lotta di classe o scalata sociale ma di un bisogno più specifico,  ossia l'ossessione di salire su un piedistallo. Reisman (quello vero) era un "imbroglione" di strada divenuto campione, e il film traspone perfettamente questa transizione, mettendo in scena l'arroganza di chi vuole a tutti i costi dimostrare il proprio valore in un'America che tende a considerare lo sport in cui eccelle poco più di un passatempo per bambini.

Sotto la crosta della commedia dinamica, questo film offre una radiografia dell'America anni '50 e '60, un periodo ibrido stretto a morsa tra il rigore post-bellico e l'esplosione della cultura pop. Gli imprenditori vedevano ormai ben lontana la Grande Depressione anni '30 (comunque presente nella fatiscenza di alcune strutture) ed erano pronti ad allungare i loro tentacoli oltreoceano in seguito alla fine del conflitto. 

Nel cast, la partecipazione di Gwyneth Paltrow, Fran Drescher e Abel Ferrara, sottolinea la volontà di Safdie di creare un'opera post-moderna (cosa che si evince anche dagli "svincoli contestuali" concessi alla colonna sonora). Le musiche e il montaggio lavorano in sinergia per scandire il ritmo frammentato della vita nomade e disordinata del protagonista, sempre in viaggio verso la prossima sfida, quasi angosciato come Achille dall'idea di diventare irrilevante.

Tutti siamo a conoscenza delle recenti dichiarazioni di Timothée Chalamet riguardo ad alcune arti sceniche. Probabilmente, dicono persone più informate del sottoscritto, il suo parere denigratorio gli costerà la statuetta come miglior interprete maschile, tuttavia la sua prestazione, all'interno di un film bello (ma non certo eccezionale) è qualcosa di "(im)portante" nel suo contributo a sostenere il peso di un'opera forse troppo ambiziosa. Dopo Wonka e Bob Dylan, il camaleontico Timothée ci riprova, dunque, nei panni di questo istrione nevrotico, con baffetti sottili e abiti sartoriali che indossa quasi come una "maschera".  Non conosco così bene la storia del vero Reisman tanto da capire se tutto questo lavoro faccia centro nel riportare parte di ciò che è stato, il messaggio però è chiaro. Non è soltanto una storia di autopromozione ma il film esplora il vuoto interiore che spesso accompagna un talento così specifico e totalizzante, suggerendo anche che la maestria tecnica sia, in realtà, anche un meccanismo di difesa contro l'oblìo delle proprie gesta. 

Voto: 7



Commenti