Le porte dell'inferno: il low budget di Lenzi che regala perle di involontaria comicità


Il film di Umberto Lenzi "Le porte dell'inferno" (1989) è una vera e propria discesa nell'inferno: cinematografico. È un horror low-budget con un paio di scene splatter ad effetto e qualche suggestione visiva (la croce infuocata, l'apparizione dei monaci) che paga dazio, pesantemente, a una sceneggiatura molto debole, che mette in scena testimoni di Geova nel ruolo di archeologi esperti in alpinismo e quindi pronti per fare gli speleologi (?), e trasforma monaci eretici in spiriti vendicativi, che vanno a caccia di eretici.

L'effetto comico (involontario) di alcuni momenti mantiene la memoria storica di questo film: dal rabbino di Livorno che crede nella scienza (e la religione?), dal testimone di Geova che, sceso nelle grotte, ha come primo pensiero quello di fornire al compagno di escursione l'opuscolo della sua confessione religiosa (mancava un campanello da suonare). Per non parlare dei petardi usati per simulare corto circuiti, del vapore che deve rappresentare lo zolfo dell'inferno, o le fiamme ossidriche sapientemente occultate per simulare fuochi, nella scena più rutilante, in cui i protagonisti "frullano" all'impazzata tra i cunicoli. "Sembrano quelle scene di Scoobi-Doo in cui tutti iniziano a correre, prima del finale, andando da una parte all'altra, con i buoni che si mescolano ai cattivi", ha giustamente osservato l'amico Bonigol. 


Altro punto forte (in senso negativo) sono i dialoghi, tra autopsie immediate ("È stato ucciso da 7 coltellate, l'ultima è stata fatale", un secondo dopo aver visto il cadavere), inaspettate confessioni di claustrofobia, domande assurde del tipo "In che anno siamo adesso" o affermazioni roboanti e ridondanti ("È inconcepibile, è mostruoso. Chi ha potuto inventare questo strumento di morte?"), che avvicinano "Le porte dell'inferno" a prodotti ancor più scadenti, come il celebre b-movie horror "Le notti del terrore". Anche Giacomo Rossi Stuart, non certo l'ultimo arrivato, si presta "al gioco" nei panni del rabbino scienziato Jones, pronto al gran sacrificio, lasciando ai suoi compagni "portafoglio con carta di credito e codice fiscale perché tanto non mi serviranno", ma poi passato a un altro sacrificio più agevole, quello di dover sopportare tre ore di musica rock (che poi musica rock non è). Il tutto mentre il numero 7 rieccheggia in ogni dove e in ogni come, tra spiegoni continui e tanti "nooo", "ahhhh" e il faccione in primo piano di Gaetano Russo che, mi sembra, sia impegnato a imitare Bruce Campbell. 


Il film collassa poi impietosamente nei colpi di scena finale (sigh) peraltro già visti in altre pellicole di genere. Potrei definirlo cult movie, ma la visione non è per tutti.


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