di Bonigol
Presentato al cinefestival di Toronto nell'autunno del 2025 e preceduto da una significativa scia di curiosità divenuta ben presto smania, grazie alla straripante "propaganda" social (vuoi per il low budget, vuoi per la giovane età del regista-ideatore) è approdato finalmente nelle sale italiane "Obsession", primo lungometraggio diretto da Curry Barker, appena ventiseienne, noto per alcuni rilevanti corto-mediometraggi ma già entrato nel cuore degli appassionati del genere.
Obsession non è certo un titolo innovativo (passando per Ossessione, di Luchino Visconti, fino al noto thriller di Brian De Palma, oltre al più "recente" diretto da Jonathan Darby nel 1998, sono stati in molti a utilizzare questa parola) ma rende bene il tipo di relazione che si viene a creare tra il protagonista "Bear" (Michael Johnston), timido e impacciato commesso in un negozio di strumenti musicali e la ragazza per la quale si è preso una cotta solenne, la sua collega Nikki (Inde Navarrette).
Sebbene l'amore sia al centro della questione narrativa e la possessione (in tutti i sensi) riguardi la sfera morale, questo film gioca molto bene coi due personaggi principali assumendo ben presto i connotati di fiaba nera psicologica (che diverte inquietando), le cui morali sono molteplici da "al cuor non si comanda", fino al "chi troppo vuole, nulla stringe".
Si chiede allo spettatore di essere bendisposto nei confronti delle cosiddette "licenze creative" (l'elemento soprannaturale è la miccia che innesca la "deflagrazione") per godersi ogni aspetto di quella che è un'esplorazione caricaturale dei lati più oscuri e distorti delle relazioni umane.
Bear è una sorta di George McFly, totalmente incapace di dichiararsi alla ragazza che ama anche quando l'occasione gli si presenta apparecchiata su una tovaglia di broccato e piatto d'argento. Dall'altra parte c'è una Nikki perentoria, padrona di sé, in procinto di fare scelte coraggiose e (pare) abbastanza perspicace da aver già intuito ciò che prova per lei l'amico. Tuttavia, per smuovere lo stallo, servirà un pizzico di magia che, al pari della macchinetta Zoltar (quella che trasformò Tom Hanks in un adulto, nel film Big), contro ogni legge della tangibilità, renderà possibile il miracolo. Ma sarà anche idillio per il romanticone Bear, quando i binari dell'amore devieranno verso qualcosa di molto più sinistro?
La vera forza di questo film è il non affidarsi ai soliti espedienti del cinema horror. I Jump scare ci sono ma ben studiati e spiazzanti, sebbene ce li si aspetti, poiché sono il frutto di una metodica costruzione dell'angoscia (la vera chicca di Obsession). Barker riesce sagacemente a trasformare situazioni quotidiane (una festa tra amici o una cenetta romantica) in momenti di puro disagio psicologico.
Nonostante un budget assai contenuto, questo film lascia l'impressione di aver ottimizzato ogni risorsa senza mai perdere né il senso di ciò che si era prefisso né il ritmo della narrazione.
Gli attori sono sicuramente la vera anima della storia. Bear semina goffaggine e timidezza con le sue frasi fratturate, balbettanti (che ammetto, un po' mi hanno anche irritato), costantemente schiavo del suo panico, ma avido (a suo modo). Bravo Johnston, il protagonista, anche se forse un po' monocorde.
Per quanto riguarda Inde Navarrette, qualcuno attraverso forum cinematografici ne sta decantando i meriti arrivando addirittura a prospettare una nomination ai prossimi Oscar (personalmente non esagererei). Però va detto che la sua performance solida e sfaccettata, non lascia indifferenti. Nikky è il vero cuore horror di questo film. Una Lamu dark, gelosa e possessiva, che si accende e si spegne a intermittenza regalandoci un campionario ampio e spassoso di espressioni quasi da iconografia anime. Davvero brava nei panni di una vittima intrappolata in un "meccanismo" del quale non può comprendere appieno le "regole".
Musiche, montaggio, uso dello splatter, stacchi e fotografia. Tutto funziona bene. Una piccola critica devo invece muoverla sulla scelta dell'inusuale formato 1,50:1, pseudogemello del 4:3 delle tv catodiche. Se è vero che schiacciare le dimensioni può favorire la percezione di claustrofobia (in questo caso l'oppressione dovuta a un rapporto morboso) credo che Obsession non lo richiedesse.
Grazie al passaparola questo film sta richiamando al cinema un gran numero di appassionati (ha già raccolto incassi record in pochi giorni). Io ne consiglio la visione, anche perché oltre a intrattenere riesce nell'intento più scomodo e complicato che il cinema horror si pone: utilizzare il fantastico per suscitare interrogativi sulla natura umana, divenendo (anche se solo in parte) metafora delle relazioni tossiche. Quanto può diventare pericoloso il bisogno di essere amati quando si trasforma in pretesa di possesso?
Vincerà Lamù o George McFly?
La risposta è al cinema.
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