di Bonigol
È accaduto (per la prima volta in tanti anni da cinefilo) che io mi sia trovato per settimane, anzi mesi, a discutere di un film attraverso una scrupolosa analisi "frame by frame" del trailer, varie indiscrezioni, supposizioni a grappoli, sfumature di melatonina e livelli di testosterone del cast, oltre a etichette appiccicate nel segno delle aspettative "deluse" e delle personali frustrazioni. Sto parlando naturalmente della gogna mediatica riservata all'attesissimo "Odissea", di Christopher Nolan, caratterizzata da uno spargimento d'odio e di biasimo tali da far "impallidire" (e scusate l'ironia della parola impallidire) la parata del Ku Klux Klan del 1925.
Così, stufo di "leggere" pareri che ad oggi (appena 10 giorni dopo l'uscita del film), paiono invecchiati malissimo, ho compiuto uno degli atti più semplici e al tempo stesso più rivoluzionari possibili: comprare il biglietto del cinema e andare a vedere con i miei occhi. Ammetto di non essere un autentico classicista (pur amando molto i miti dell'antica Grecia) e confesso pure di non far parte degli ultras di Nolan (che apprezzo ma non venero) per cui sono principalmente due i motivi, a parte il mio smisurato amore per il cinema, che mi hanno spinto a guardare Odissea. Il primo è che mia moglie mi accompagna alle visioni quasi esclusivamente quando esce un film con Robert Pattinson (anno ricco questo, grazie a The Drama, Odissea e con Prime Time in arrivo) e non mi sarei mai perso l'occasione; la seconda ragione è la necessità di far ordine nella cacofonia di verità, pareri e imprecisioni a proposito di come il regista avrebbe vandalizzato Omero indignandone i lettori, per non lasciare in pasto a pregiudizi e considerazioni altrui una questione così stuzzicante.
Il cinema e la letteratura, sebbene sfilino spesso lungo binari paralleli, sono due universi lontani e indipendenti. Diffidate (q.b.) da quei "basato su" o "tratto/ispirato da" e gustatevi il film, che altro non è se non la rielaborazione visiva e narrativa con cui Christopher Nolan traduce il capolavoro di Omero riadattandolo al suo classico impianto di poetica concettuale con tocco contemporaneo e una finalizzazione da cui traspare tutto il suo amore per il cinema.
Pur mantenendo intatta gran parte della spina dorsale omerica, Nolan, non segue la celebre struttura in ventiquattro canti, ma intreccia tre linee temporali distinte: la caduta della città di Troia, vissuta tra passaparola e flashback, il navigare di Ulisse con la sua ciurma attraverso il Mediterraneo e la crisi in corso a Itaca.
È così che prende forma un kolossal che non è solo avvincente e spettacolare ma anche intriso di elegiaco esistenzialismo. L'Odisseo (Ulisse) di Nolan (un Matt Damon in grande spolvero) prende le distanze dall'eroe infallibile ma mantiene la saggezza e l'arguzia del personaggio epico. Si sente il "padre" dei suoi uomini e trascina con sé un pesante bagaglio di sensi di colpa per le perdite di cui si sente responsabile. In questa sua versione è un uomo probo, fedele, non commette atti avventati, non si accoppia né semina figli ai quattro porti come il suo alter ego letterario. Accanto a lui c'è Euriloco (Himesh Patel), sindacalista epico, una sorta di grillo parlante che dispensa consigli in difesa dei marinai della spedizione. Ad angosciare il nostro eroe ci pensa invece Atena (Zendaya), della quale ha profanato il tempio, che fa capolino di tanto in tanto con lo sguardo di chi ha appena seppellito il proprio gatto.
Sul viaggio di Odisseo però, qualcosina mi è mancata. Al di là delle splendide musiche dalla melodia imponente e "arcaica" e di un impatto (sonoro e visivo) spietato, non ho avuto la percezione "statica" dei mesi in mare, ossia la disperazione, la fatica dei giorni interi trascorsi a fissare un orizzonte mai spezzato da un lembo di terra. Tutto è dinamico e all'insegna del susseguirsi di eventi. Nolan, dicevamo, sa davvero come manipolare la percezione del tempo ma in questo caso ho assorbito il tutto più come una serie di approdi rapidi, in isole e spiagge misteriose, con tempistiche quasi da crociera più che da vera odissea durata tre anni (sottraggo, ovviamente, i sette trascorsi sulla meravigliosa spiaggia con Calipso, interpretata da una luccicante Charlize Theron). Rimane comunque la grande meraviglia di veder trasposti in sequenze davvero entusiasmanti (con appena il minimo indispensabile di CGI) personaggi leggendari e da sempre solo immaginati come il grande Polifemo, i Lestrigoni, le inquietanti Sirene, Scilla e Cariddi e così via.
Nel frattempo si contano gli assenti. Il ciclope è figlio unico e non c'è "Nessuno" con lui. Circe (Samantha Morton) fa appena in tempo a deplorare il genere maschile che il suo momento è già scaduto. Nausicaa, Laerte, Nestore e Re Eolo non sono stati invitati. Gran parte degli Dei sembrano incorporati all'entropia e non v'è traccia della loro onnipotenza. Gli assenti, però, si dice non abbiano mai ragione e questo film, pur senza di loro, resta una fantastica avventura trainata da spettacolare allegoria. Ho trovato giusto, quasi una scelta logica, il sacrificio di pochi allo scopo di non "demineralizzare" ulteriormente gli altri perché raccontare così bene l'Odissea in meno di tre ore resta una sfida che in pochi avrebbero saputo portare a termine.
Per quanto riguarda invece, coloro che entrano nella rappresentazione di Nolan, non possiamo che ammirarne la caratterizzazione. Anne Hathaway è grande nell'impersonare una Penelope che non si limita alla sola attesa passiva. La sua gestione della corte di Itaca è all'insegna del coraggio e della saggezza in un continuo scontro psicologico di altissima tensione contro i Proci, capitanati dal codardo, inetto e perfido Antinoo (un Pattinson sempre convincente).
Solleva qualche dubbio soltanto uno smarrito Tom Holland, nei panni di un Telemaco praticamente piatto e monocorde.
Bravi e suggestivi tutti gli altri, da Mia Goth nei panni di Melanto, al "futuristico" Safdie/Agamennone, fino alla splendida Elena/Clitennestra (Lupita Nyong'o), eccetera eccetera.
Insomma, questa Odissea mi è proprio piaciuta poiché ha saputo materializzare la meraviglia di quando, per la prima volta, ci giunse all'orecchio il racconto delle imprese del Re di Itaca.
Personalmente avrei fatto qualche scelta diversa? Se proprio devo tirare qualche orecchio, il cavallo di Troia l'ho sempre immaginato come un insieme di assi di legno assemblate insieme in modo convincente ma non artigianale, meno dettagliato e un po' rozzo, insomma. In questo caso c'è un lavoro certosino di levigatura, manco fosse passato per le spiagge di Troia un "Canova" del legno, totalmente fuori dalla mia credibilità. Poi, ammetto di non essere attratto dai duelli corpo a corpo superiori ai due minuti. Zac, zac, ebbene sì, avrei tagliuzzato qualcosa nel finale.
Al netto di poche rimostranze, questo kolossal epico si dimostra in grado di trasformare la materia omerica (per quanto ne sappia io) in un dramma sul trauma del ritorno combinando un rigore tecnico estremo (il film è interamente girato in Imax 70 mm) alla modernizzazione del mito senza snaturarne il profondo significato.
In fin dei conti, l'unica vera "odissea" è stata sopravvivere ai mesi di pregiudizi e veleni che hanno preceduto l'uscita di questo film. Una volta svanite le chiacchiere e puntata la luce del proiettore sullo schermo, è stato il grande cinema a parlare e (per quanto mi riguarda) questo viaggio è valso ogni singolo centesimo del biglietto.
Voto: 8+

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