di Bonigol
Uno dei più peculiari esempi di buon cinema low-cost indipendente è sicuramente rappresentato da "Il demone di Laplace", thriller/horror psicologico diretto da Giordano Giulivi, "immatricolato" nel 2017 ma che ha impegnato i realizzatori per oltre un lustro (soprattutto nella post-produzione e nel crow founding per finanziarlo). Si tratta di una storia caratterizzata da atmosfere gotiche, filosofia e teorie matematiche confezionata come palese omaggio ad Agatha Christie, il tutto "sverniciato" e "pastellizzato" tramite un profondo e tetro (nondimeno astuto) bianco e nero.
La trama è incentrata sul paradosso filosofico (del quale, ammetto, sono venuto a conoscenza grazie alla visione del film) del fisico e matematico Pierre-Simon Laplace: "se un'entità (Demone) conoscesse la posizione e il vettore di ogni atomo dell'universo in un determinato istante, sarebbe in grado di calcolarne l'intera evoluzione passata e futura applicando le leggi della meccanica classica, negando di fatto il libero arbitrio".
Un team di sette scienziati e ricercatori ha sviluppato un software rivoluzionario basato proprio su questo principio, capace di calcolare eventi apparentemente casuali, come ad esempio l'esatto numero di frammenti in cui si romperà un bicchiere cadendo al suolo. Il loro lavoro attira l'attenzione del misterioso e anziano Professor Cornelius, che li invita per un incontro nella sua suggestiva residenza, situata su un'isola rocciosa in mezzo al mare.
Il gruppo (accompagnato dal ruvido e nolente capitano della barca che li ha traghettati) giunge a destinazione ma del padrone di casa non c'è traccia.
Impossibilitati a lasciare la villa o a comunicare con l'esterno, agli otto personaggi non resta che subire l'inquietante esperimento di Cornelius, convinto di poter prevedere matematicamente ogni singola azione degli ospiti. Il vero mistero ha inizio quando viene scoperto un semovente e accurato modellino della villa in cui si trovano al cui interno si muovono otto pedoni da scacchiera sui quali incombe l'incedere di una spaventosa Regina Nera.
Il demone di Laplace, oltre ad essere un miracolo di micro-budget e artigianato cinematografico, ci mostra quale peso abbiano strategia e passione nel fronteggiare le difficoltà della produzione. Pur non essendo dichiarata una cifra ufficiale rilasciata al centesimo, il film è noto per essere un'opera autoprodotta (dalla AstroLab Pictures) la cui vera risorsa economica è il tempo: ben sette anni sono serviti per portare a termine questo lungometraggio.
Per ovviare alla mancanza di fondi, il regista Giordano Giulivi ha coperto più ruoli (figura anche come sceneggiatore, montatore, scenografo ed effettista) e ha utilizzato tecniche miste come green screen e retroproiezioni (quasi tutto il film è stato girato in un piccolo teatro, con gli attori davanti al panno verde) affidandosi al bianco e nero a forte contrasto anche per mascherare più agevolmente i limiti dei rudimentali effetti digitali. Non scroscia sangue, non si sprecano violenza esplicita o jump scare. La suspense è generata dal meccanismo di predizione e dall'atmosfera angosciante. Non dico che non si percepisca una certa rozzezza ma il risultato riesce a "stuccare" le carenze tanto da rendere fluida e credibile la visione. Tant'è che i limiti maggiori de Il demone di Laplace stanno nelle singole performance degli interpreti (tra i quali figurano molti non professionisti). La loro recitazione risulta a tratti legnosa o fin troppo teatrale, sebbene parzialmente giustificata dallo stile scenico volutamente d'epoca. Del resto i personaggi svolgono prevalentemente una funzione strumentale, collegata alla tesi filosofica (come già in Dieci Piccoli Indiani o Cube -Il Cubo-, ad esempio) e la loro caratterizzazione è approssimativa.
Nonostante questa realtà da "Cenerentola" del cinema, il film di Giulivi ha raccolto consensi della critica in gran parte dei festival ai quali ha preso parte (soprattutto allo Screamfest Horror Film di Los Angeles, dove ha raccolto 4 premi).
Anche la critica italiana ne ha riconosciuto il valore, paragonandolo a una boccata d'aria fresca nel panorama indipendente ed elogiando la solidità teorica e scientifica della sceneggiatura, che non si perde in spiegazioni banali o ambiguità di comodo.
Certo, non stiamo parlando di un capolavoro, non sia mai, ma è giusto dare atto a coloro che provano ad uscire, con grande coraggio e inventiva, da una comfort zone in cui il cinema italiano sembra essersi fossilizzato (la solita commedia o il dramma uguale ad altri cento).
La storia che ci viene presentata, potrà risultare a qualcuno troppo cerebrale, ridondante di ipotesi e concetti (scientifici o filosofici) che causano un irrigidimento del ritmo (a tratti effettivamente lento) e ciò non lo rende troppo indicato per chi ama thriller molto dinamici. Tuttavia, al netto delle inevitabili debolezze, Il demone di Laplace ha un suo affascinante modo di essere avvincente e originale oltre a rappresentare (a mio parere) una delle più piacevoli sorprese che il nostro cinema abbia saputo inventare negli ultimi anni.
Voto: 7

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