Un serial killer che si aggira per le vie deserte di Roma, utilizzando come arma una cintura per pantaloni, per punire e uccidere le persone che non rispettano le prescrizioni del governo, finalizzate a limitare i contagi da Sars-CoV-2. Il regista Fabrizio Byron Rampotti, alias Byron Rink, con "Cinghia" (2025) ci riporta al 2020, ma al termine della visione di questo film, la cintura ci porta al pensiero di scudisciate da auto-infliggerci per punirci della scelta di aver impiegato così un'ora e mezzo del nostro tempo.
Che il regista non sia uno sprovveduto, questo è chiaro. C'è una certa "mano" nelle riprese, la fotografia è sporca, come si addice a un film di questo genere: la volontà di omaggiare il vecchio thriller all'italiana si percepisce. Ma "Cinghia" non funziona, perché non funzionano né i personaggi, né gli attori. Il "villain" della storia ha una bella presenza scenica: ma perché non caratterizzarlo maggiormente, viste le motivazioni che lo spingono a uccidere? Era banale forse far vedere la sua infanzia, o la sua adolescenza? C'è una scena inquietante e suggestiva, tra bambole e un macabro "svelamento", in una camera nell'abitazione del killer, che meritava seguiti e approfondimenti ed invece rimane lì come "esercizio di stile". Ci dobbiamo invece sciroppare una protagonista antipatica che fa un'indagine basandosi su sensazioni (al confronto Don Matteo fa ragionamenti da Sherlock Holmes) e una poliziotta che, in servizio, risponde al telefono ai colleghi dando il proprio nome (zero aura!). Gli omicidi sono intervallati da stralci di podcast - la protagonista si chiama Valeria Adami, nome d'arte Venerdì Addme ed è una poadcaster, come ricordano la commissaria e il suo sottoposto Alfieri (TENENTE! IN QUESTURA NON CI SONO TENENTI!) - e da dialoghi che mettono a dura prova la pazienza dello spettatore. E l'horror? Ci sono due scene splatter, una particolarmente divertente, ma preceduta dal solito eccesso di verbosità. Alla fine c'è anche un "colpetto di scena" che può dare la scossa in un momento in cui lo sbadiglio ci stava avviando ai titoli di coda. Infine, il film sembra volersi schierare né contro o a favore di quelli che sono stati battezzati "no-vax" durante la pandemia (sia chiaro questo non è un difetto), ma contro chi ha creato, di fatto, quella grossa "frattura" all'interno della società, che ancora oggi non sembra essersi rinsaldata.
Voto: gravemente insufficiente.


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