Il boom "continuo" degli 883: ma Max Pezzali non deve salvarci dalla nostalgia


A proposito del successo di Nord Sud Ovest Est, seconda stagione della serie "La leggendaria storia degli 883", ho letto con curiosità questo post, qualche settimana fa:


Criticare Pezzali è impossibile perché è una colonna della nostra memoria, ma l'eterna celebrazione degli anni '90 ha stancato. Chi cantava “L’uomo Ragno” oggi affronta separazioni, genitori che invecchiano e nuove paure. Continueremo ad andare ai suoi live per dimenticare il presente, ma da un artista così ci aspettiamo un sequel: che venga a cercarci qui, dove siamo adesso.

Vado ai concerti di Max Pezzali, vado e mi diverto, piango, canto, torno ad avere 15 anni, con le mie serate estive a Capoterra, la compagnia del bar, le delusioni sentimentali formato adolescente. Poi si spengono le luci, riprendo la macchina, torno a casa e rientro nella mia vita da adulta. Criticare Max Pezzali è complicato. Quando hai vent’anni ascoltavi Max Pezzali perché parlava del tuo presente; quando ne hai 40 o 50 ascolti Max Pezzali per dimenticare il tuo presente per un paio d’ore. Il problema di Max Pezzali è che sembra congelato negli anni '90 e anche con Le Ali - torna a guardare indietro. Sicuramente lo fa per lanciare la serie TV (la seconda stagione della storia degli 883), riaccendendo la scintilla della nostalgia pop per fare da colonna sonora al racconto delle sue origini, ma io vorrei sentire il Max adulto che racconta la vita con la stessa onestà con cui ha raccontato i primi baci o i pomeriggi a cazzeggiare.

Quelli che cantavano Hanno ucciso l'Uomo Ragno oggi hanno mutui, figli adolescenti, separazioni, genitori che invecchiano e continuano ad avere paura, ad innamorarsi e a fare cazzate… solo diverse. Ecco cosa vorrei da Max Pezzali: non che smettesse di riportarmi a quindici anni, ma che ogni tanto venisse a cercarmi anche qui, dove sono adesso. Perché la nostalgia è un posto bellissimo in cui tornare, ma non può diventare l'unico posto in cui vivere. Io continuerò ad andare ai suoi concerti, a cantare, piangere e ricordarmi di chi ero. Poi però si accendono le luci. E fuori dal palazzetto abbiamo tutti una vita che Max Pezzali non ha ancora raccontato.


Io credo che di base il senso del discorso sia corretto, ne parlai anche io QUI. Però è anche vero che spesso si cerca una diagnosi dove non c'è la malattia. Non c'è nulla di male, in fondo, ad andare a un concerto di Max Pezzali per riascoltare i vecchi successi degli 883. Il nostalgismo lo determiniamo noi, dal nostro approccio alle cose. A me la musica del presente non piace. Ma in realtà non ho il tempo di cercare perché poi ogni tanto qualche canzone spunta fuori. Quella degli 883 è musica del passato entrata nell'immaginario collettivo, canticchiata anche da quelli che in passato fingevano di snobbarla perché considerata musica di serie B. Max fa benissimo a proporre questo: non deve aggiornare il proprio repertorio per adeguarlo all'età del suo pubblico, quei brani hanno prima di tutto un valore a prescindere e poi ogni canzone, libro, film del passato può ancorarsi al presente, partendo dalle (non tante per la verità) canzoni d'amore dei vecchi 883 fino ai ritratti della Provincia: i bar oggi forse sono meno popolati, ma il tipo che non si fa i ***zi suoi esiste ancora oggi. Non c'è dunque bisogno di un Max Pezzali 60enne (sì, ne compie a breve 59...) che canti canzoni sui problemi dei 60enni. E di cantanti che si occupano dei problemi della società odierna ne abbiamo: spesso sono i "famigerati" rapper. A me il rap non scalda, così mi manca un De André o un Rino Gaetano che canta i viziacci della società odierna, social e polarizzante. Ma ne faccio senza. Mi accontento di risentirli e di pensare quanto i loro versi siano ancora attuali, frase che stanca probabilmente più delle celebrazioni anni '90 e - mi permetterà l'autrice del post - di editoriali che devono esser sempre controcorrente. 

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