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L'ottico è una delle canzoni capolavoro di Fabrizio De André contenute nel disco "Non al denaro non all'amore né al cielo". Come noto, l'artista genovese, nato il 18 febbraio di 86 anni fa, ha parafrasato in musica alcuni componimenti del poeta Edgard Lee Masters, tratte dall'antologia di Spoon River.
In questo caso l'attenzione del cantautore si sofferma sull'ottico del paese, Dippold. Il brano è al presente e questo suggerisce che forse Dippold sia ancora in vita. Non è chiaro se nella seconda parte del brano stiano parlando i clienti o lo stesso ottico; ma questo non toglie validità all'interpretazione del testo. Mi sento di escludere, in tutta sincerità, che Dippold sia anche uno spacciatore di stupefacenti. La metafora di De André è molto più solenne: l'ottico non vende semplicemente occhiali, ma offre ai propri clienti un diverso punto di vista, un modo differente di approcciare alla vita. Tutti noi poniamo il nostro sguardo sulle cose: ma davanti a un paesaggio, possiamo scatenare la nostra immaginazione e guardare oltre alla realtà. Perché la stessa natura ci si mostra come infinito, senza limiti: e il pensiero e l'immaginazione permettono all'uomo di superare i limiti materiali. Non è un caso che si citi un'ape Regina che è volata "ai nidi dell'Aurora", lontano dalla nostra vista. Le lenti dell'ottico sono lenti normali, ma è l'idea che ci trasmette a fare la differenza. Il cliente speciale è quello che appunto va oltre al semplice atto di vedere e alle apparenze. Non è una fuga dalla realtà, a mio modo di vedere, ma è un convivere al meglio con una realtà che spesso ci regala dolore e amarezza, come le altre canzoni del disco ci insegnano. Lo stesso De André diventa lui stesso l'ottico: come il poeta, con le sue parole ci insegna a guardare oltre al significato letterale, a scatenare la nostra immaginazione e fantasia. Non è un caso che questo brano e il Suonatore Jones chiudano idealmente il concept album: sono due personaggi fortemente affini a De André.
L'ottico di Fabrizio De André, il testo
Daltonici, presbiti, mendicanti di vista
Il mercante di luce, il vostro oculista
Ora vuole soltanto clienti speciali
Che non sanno che farne di occhi normali
Non più ottico ma spacciatore di lenti
Per improvvisare occhi contenti
Perché le pupille abituate a copiare
Inventino i mondi sui quali guardare
Seguite con me questi occhi sognare
Fuggire dall'orbita e non voler ritornare
Vedo che salgo a rubare il sole
Per non aver più notti
Perché non cada in reti di tramonto
L'ho chiuso nei miei occhi
E chi avrà freddo
Lungo il mio sguardo si dovrà scaldare
Vedo i fiumi dentro le mie vene
Cercano il loro mare
Rompono gli argini
Trovano cieli da fotografare
Sangue che scorre senza fantasia
Porta tumori di malinconia
Vedo gendarmi pascolare
Donne chine sulla rugiada
Rosse le lingue al polline dei fiori
Ma dov'è l'ape regina?
Forse è volata ai nidi dell'aurora
Forse volata, forse più non vola
Vedo gli amici ancora sulla strada
Loro non hanno fretta
Rubano ancora al sonno l'allegria
All'alba un po' di notte
E poi la luce, luce che trasforma
Il mondo in un giocattolo
Faremo gli occhiali così!
Faremo gli occhiali così!

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